venerdì 21 giugno 2013

Addio.

Oggi termina questo blog.
Come ogni cosa umana, e non diabolica, anche queste pagine conoscono e comunicano la propria fine. Come possono.

Non poteva non morire un diario che porta il nome di una persona, una metafora vivente, un uomo simbolo di altro. Di certo di una fase della mia vita, che con soddisfazione e senza troppo timore, vedo come un punto di partenza lontano. Un prezzo per cui pago oggi volentieri, constatandone l'essenza di sabbia lontana.
La sera nella quale nacque questo blog aveva un copioso carico di riso goliardico - un po' del riso fine a se stesso, del caffe' caldo di Moka passato in compagnia rilassata, un po' del riso tondo che sente di abbracciare ogni piega della vita.
Da quella sera, questo blog ha mutato molte pelli, ha cambiato spesso il colore della propria carnagione. Ha raccontato cose piccole e meno piccole. E' stato, soprattutto, un inutile ricettacolo di umori che aprono gli occhi e si spengono dopo un battito di ciglia. Solo sporadicamente ha mostrato un qualche valore maggiore dell'energia necessaria a mettere assieme quel pugno di bit sullo schermo. E' stato spesso la risposta ad un richiamo narciso - non e' un peccato in se'. Lo e' se non si e' artisti.

Negli ultimi anni ho iniziato a leggere, piu' che a scrivere. La vastita' di quanto non conoscevo, e la profondita' degli argomenti sui quali non mi era capitato di riflettere avrebbero generato una angoscia fatale in me, se essi non avessero trovato un possibile contraltare nel fatto che essi siano venuti alla luce per una mia scelta. Quando, infatti, si sente il richiamo ferale del mondo, delle masse interiori che non trovano risposta, del male che trasuda dalle cose eppure della sua maledetta bellezza, ci si getta a capo chino e (forse) volontariamente in un abisso, si inizia a sentire un sottile senso di inadeguatezza. Eppure, mi ritrovo oggi a pensare di aver scelto questa inquietudine, e questa e' l'unica fatica che ripaga. Paradossalmente, rende meno pesante, anzi a volte entusiasmante il pagare.

Chiudo questo blog perche' ritengo che molto di quanto renda noioso il mondo sia da attribuirsi alle parole che si sprecano in grovigli di inutili aforismi, di articoli mal scritti, di temi mal sviscerati. I problemi, se non risolverli, possiamo almeno viverli con maggiore dignita' se impariamo minimamente quanto esiste gia' che abbia un reale valore. Solo se ricerchiamo la ferale bellezza - che richiede disciplina, tempo, sacrificio.

In questi anni ho imparato che l'unica educazione che ha un senso e' il discorso sulla morte. Su quanto abbiamo di piu' blasfemo. La nascita dei miei figli mi ha quasi costretto a prepararmi a discuterne - e per discuterne bisogna farlo con preparazione. Con dovizia di particolari. La morte inghiottisce i figli che si accontentano di risposte sciatte. E io non voglio morire cosi'.

Se il problema di oggi - come spesso ho sostenuto - e' un problema culturale, allora non voglio essere io il primo a violare il patto e generare inutilita'. Don Franco puo' morire senza colpo ferire.
Ho anche sperimentato che non e' necessario, in ogni circostanza, discutere prima di avanzare un passo. A volte e' d'obbligo. Ma altre volte si continua a discutere, dentro e fuori di se', per evitare di fare anche un solo passo.

Si'.
Mi ha aiutato viaggiare. Andare via dal luogo in cui sono nato. L'ho detto tante volte.
Mi ha aiutato ingombrarmi la vita con tanti figli. Mi hanno aiutato i libri, i concerti, le strade delle citta' nuove che ho vissuto, l'amore della donna che ho incontrato e non ho lasciato andare via. L'ho detto tante volte.
Ora si tratta di camminare. Nessuno mi sta strattonando.

Chi era dunque Don Franco? Era la crudele faccia di maschera dell'abitudine. L'abitudine, che ammazza gli uomini.

Quanto so oggi e' che l'uomo del quale un giorno scrissi su queste non-pagine: " E' tutto deciso per i prossimi seimila anni, sui trattori parcheggiati tra i ciliegi, dove scorre veloce il male del millennio: la Donfranchizzazione." adesso e' morto.
E non mi resta che lasciare che i morti seppelliscano i propri morti.

Addio.

sabato 13 aprile 2013

La lotta contro gli autori


"Sotto ogni punto di vista, l’autore è una ipotesi innecessaria, come è stato acutamente affermato di Dio, altro grande anonimo. Quello che so è che esiste un filamento di parole, una ragna, un deposito, un gomitolo. Libri? Pagine? Non necessari: potessimo produrre brezze di adeguata consistenza, potremmo depositarvi quelle parole, una accanto all’altra. Posso scriverle con l’inchiostro, con il fumo, imbottigliarle in ideogrammi. Posso disporle come un appartamento. Ci sono libri sacri, non autori sacri. Libri proibiti. Libri condannati. Si condannano serie di parole. [...] A questo punto, sarà chiaro che non solo l’esistenza dell’autore è improbabile, ma positivamente dannosa, teoricamente un impaccio, un puro e semplice residuo tolemaico."

Manganelli, Giorgio (2013-04-03). Pinocchio: un libro parallelo (Biblioteca Adelphi) 

Questo e' uno stralcio di uno splendido libro su Pinocchio che sto leggendo in questi giorni sul mio Kindle. Spero di poterne scrivere appena ne avro' tempo. Intanto, rubo volentieri questa sezione smozzicata, perche' mi aiuta in una riflessione.

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Vivere in un tempo di epocale crisi - ovvero un contesto storico che non si riesce ad accostare e confrontare ad alcuna serie di eventi del passato senza forzare e snaturarne le caratteristiche - significa perdere la maggior parte dei riferimenti condivisi come validi. Quando non si riesce ad indicare, assieme, una strada possibile per poter procedere, si inizia un'opera costante di ricaduta sui singoli, sulle persone. Su quelli che, nel libro, vengono chiamati gli autori. Di colpo, sono tutti interessati a cosa ha detto questa o quella personalita' (l'economista di grido, il nobel per la chimica, il romanziere di fiducia, il cantante impegnato). E' la ricerca disperata di un elemento salvifico, il tentativo frustrato di indicare ed eleggere a personale anima savia un uomo o una donna che abbiano un tocco trascendentale. Lui sa. Lei sa.

Nei tempi di crisi, le moltitudini vogliono ad ogni costo gli autori. Lo si fa in parte per paura, quella che ormai e' completamente esplosa ad ogni livello sociale. Ma in altra parte lo si fa per la solita, sempreverde pigrizia intellettuale.  Affidarsi ad un autore e' un modo rapido di trovare una collocazione socialmente accettabile e moralmente comoda semplicemente adottando un oracolo - Grillo ne e' solo un ultimo esempio, ed i pigri italioti sono le masse di sedicenti intellettuali che ora sgomitano per iniziare interessantissime disamine sociologiche sulle ragioni e le radici del voto "di protesta".

A mio avviso, e' in questo periodo, soprattutto, che appare fondamentale avere chiaro nella mente e nel cuore un concetto, quello espresso bene dal libro: gli autori sono inutili residui tolemaici. Non solo, sono attivamente e positivamente dannosi. Una crescita intellettuale ed un aumento della nostra consapevolezza di uomini e cittadini non puo' prescindere dal disfacimento degli autori che noi serbiamo nella testa. In favore delle idee che essi hanno espresso.

In questi giorni, e prevedo nei prossimi settimane e mesi, si fa e si fara' a gara a mettere in fila gli autori - gli scrittori, i cantanti, gli uomini di spettacolo, i professori - per chiedere loro cosa ne pensano; quali direzioni vanno prese con decisione; cosa accadra' domani e tra dieci anni. Nei prossimi giorni e settimane e mesi vedremo moderni filologi andare a scartabellare tra le pagine degli autori che furono, per scovarne citazioni, interpretarne pensieri, adattarne idee a quanto avviene oggi. Tutto cio' servira' a niente.

A noi non servono autori che ci indichino le strade. Anche Mussolini e' nato socialista, e agli inizi degli anni quaranta i fascisti credevano ancora di essere costole modificate e progredite del socialismo. Ma, d'altra parte, questo e' quanto si ottiene a seguire con lo sguardo fisso gli autori, piuttosto che le idee.

Le idee sono liquide, mutevoli, provocano lesioni in noi e tra noi. Ma sono vive. Gli autori sono morti, perche' giacciono in una fredda camera zincata sotto terra, o semplicemente perche' divengono inerti e sconosciuti nel momento stesso in cui essi creano. Le parole che descrivono idee non appartengono a nessuno. Esistono libri sacri, non autori sacri.

Gli autori sono dunque morti. Non dobbiamo sentirne la paura. Non dobbiamo giacere sotto il peso di questo timore. Perche' gli autori, i morti, sono i piu' egoisti tra gli esseri (ed i non-esseri). Come racconta in questo splendido ultimo stralcio C. Malaparte in La Pelle - e ringrazio mia moglie per la citazione:
"Lo sanno tutti che razza di egoisti sono i morti. Non ci son che loro al mondo, tutti gli altri non contano. Son gelosi, pieni d'invidia, e tutto perdonano ai vivi fuorche' d'esser vivi. Vorrebbero che tutti fossero come loro, pieni di vermi e con gli occhi vuoti. Son ciechi, e non ci vedono: se non fossero ciechi, vedrebbero che anche noi siamo pieni di vermi. Ah, maledetti! Ci trattano come servi, vorrebbero che fossimo li', ai loro ordini, sempre pronti a fare i comodi loro, a soddisfare tutti i loro capricci, a inchinarci , a toglierci il cappello, a dir <>. Provatevi a dir no a un morto, a dirgli che non avete tempo da perdere con un morto, che avete altro da fare, che i vivi hanno le loro faccende da sbrigare, che hanno dei doveri da compiere anche verso i vivi, e non soltanto verso i morti, provatevi a dirgli che ormai chi e' morto giace e chi vive di da' pace. Provatevi a dir questo a un morto , e vedrete quel che vi capita. Vi si rivoltera' contro come un cane arrabbiato, e tentera' di mordervi, di stracciarvi la faccia a unghiate. La polizia dovrebbe ammanettare i morti, invece di accanirsi a metter le manette ai vivi." 

giovedì 28 marzo 2013

Al tavolo con il padre

La mia storia personale, negli ultimi due anni, e' stata fortemente incentrata sulla presa di coscienza di chi fosse mio padre nella mia vita. Non solo, banalmente, quale fosse la rappresentazione che avevo di lui nella mia mente, ma di quali significati questa rappresentazione fosse foriera. Nel tentativo di attaccare e conoscere i gangli vitali della mia coscienza, quando ed in che modo questa rappresentazione e questi significati potessero condizionarmi.

Non tutti i processi eziologici hanno, come fine ultimo, la rimozione della causa. Io non ho mai avuto l'intenzione di sradicare qualunque cosa avessi trovato con la facilita' e la noncuranza con cui il cucchiaio scava il suo solco nel gelato fresco per montare una palla di cioccolato sul cono. Io volevo agire in modo introspettivo. Io volevo, in una strana eppure attraente tautologia, cercare di fare un passo in piu' nella conoscenza di quella strana cosa che chiamo Io.

Ho voluto farlo, perche' ho avuto gia' da molto tempo la sensazione che fosse questo movimento verso l'esterno, verso il diverso, quanto mancasse a me; e quanto mancasse a cio' che vedevo attorno a me. A me e agli altri attorno a me. Non a tutti, ma a moltissimi di loro. Mancava una resa dei conti che non andava ridotto a triviale redde rationem, ma innalzata a processo costitutivo: noi dovevamo muoverci per scoprire quali parti di noi stessi fossero non solo in alternativa, ma in aperto antagonismo con quanto si raccoglie sotto la locuzione le proprie radici. E quel movimento richiedeva uno scatto violento in avanti, esattamente come e' impossibile per il motore di un'auto far muovere le sue ruote da ferme senza farle, seppure per un brevissimo istante, strisciare al suolo.

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In questo movimento rientrano, in modo diverso, gli ultimi cinque anni della mia vita. Quando mi sono laureato, ho comprato casa e mi sono sposato, ho rapidamente preso coscienza che avevo avviato l'esistenza mia, assieme a quella della mia compagna, verso un certo declino spirituale. Verso un lento ed inesorabile intiepidimento della nostra vita. Stavamo bene, ma stavamo gia' bruciando la riserva che c'era nel serbatoio.

Allora viaggiando, e finendo una volta nella tenda di quel Tuareg nel deserto marocchino, a venti chilometri dal confine algerino, acquisii un briciolo di consapevolezza ed un barlume di coraggio, ma fui inondato da un mare di curiosita' sinceramente irresistibile. Oggi credo che la molla sia scattata solo quando ho focalizzato chiaramente i miei errori, listati uno dopo l'altro. E li ho elencati per tutti questi anni. E sono convinto oggi, come lo ero allora, e come ho scritto, che questi sono stati i miei errori - questi sono stati i nostri errori, miei e di chi mi era attorno - dal pagamento dei quali ci dividono ormai solo pochi mesi.

Il nostro principale sbaglio e' stato illuderci, volontariamente, che le nostre vite fossero la copia conforme del passato. Del ricordo della nostra infanzia e della nostra giovinezza. Il proseguimento del benessere nel quale eravamo cresciuti. Ci siamo messi in fila a pagare questa illusione con pezzi ingenti di risorse economiche e personali - sangue, carne, liberta' - senza battere ciglio. Senza soppesare. Senza accorgercene. Per una colpevole pigrizia intellettuale. O per paura.

Alla fine, questo movimento e' un cammino attraverso i propri sensi di colpa. Un accordarsi con ciascuno di essi, addivenire ad un accordo plausibile di non belligeranza o piu' semplicemente conoscerli e saperli distinguere tra la folla. Sensi di colpa acuiti dal fatto che io non provengo da una famiglia difficile, non ho avuto una infanzia troppo complessa, non ho sofferto particolari perdite. Io dalla vita ho avuto praticamente tutto - genitori che hanno fatto il proprio meglio, in ogni circostanza; possibilita' che non mi sono mai state negate dalle circostanze. Dunque perche' ribellarsi? Perche' fare il punto? Perche' doversi diversificare, cosi' polemicamente, ad ogni costo?
Oggi credo che lo si faccia perche' si puo' decidere di vivere, o di sopravvivere.

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Bisogna leggere molto. Ho letto molto a riguardo, in questi mesi. Analisi psicologiche, grandi autori della letteratura, saggi. E oggi posso dire: ogni singola frase, ogni singola riga di chi ha accolto con arte la propria sofferenza e l'ha messa a disposizione di tutti, serve. Senza quei racconti, senza quelle testimonianze, e' davvero difficile. I libri insegnano l'umilta' della propria condizione, ma al contempo l'importanza del proprio punto di vista. Senza quei racconti e quasi impossibile non reinventare la ruota ogni giorno, ma con risultati molto piu' deludenti.

Poi bisogna camminare. Molto. In un luogo che ti accolga. Un posto che ti piaccia. Quel posto lo si deve cercare, non casca dal cielo. Oggi posso dire: a quel luogo si deve lavorare. Ho goduto i miei secondi e i miei minuti nel camminare per le strade di questa magnifica capitale tedesca, che mi ha aiutato a vivere questo passaggio con leggerezza e concentrazione. Ne ho scritto, anche su questo blog, come in uno specchio. Sono convinto, oggi, che non esista movimento possibile su strade che non concedono le vibrazioni giuste. Bisogna lavorare, lavorare molto per trovare una strada degna di essere percorsa, e disponibile ad essere calpestata.

Poi bisogna onorare il proprio senso di gratitudine. Essere liberi cittadini e' una condizione che bisogna meritarsi. Come bisogna meritarsi la propria liberta'. Per fare questo bisogna firmare a chiare lettere il proprio impegno. Gli inglesi lo chiamerebbero commitment, una parola che contiene quasi nel proprio suono la forza del significato. Il mio contratto con la vita, almeno al momento, e' firmato con i nomi di tre figli. Ogni giorno mi ricordano la gratuita' che e' necessario usare per ogni sudato sacrificio che si fa per loro - che fu la stessa che mio padre mi ha garantito; ogni giorno mi ricordano la drammatica difficolta' esistente e l'assoluto impegno richiesto nel comprendere persone diverse ed adattare le circostanze in modo adeguato; ogni giorno mi ricordano la frase di Mennea, da poco scomparso, quando commentava i suoi 350 giorni l'anno di allenamento: "allenavo la fatica con l'allenamento". I miei figli sono i miei principi: io credo nel futuro. Senza chiacchiere.

Infine bisogna prendere qualche decisione. E per decisione, intendo qualcosa di serio. Ho letto di recente una frase che condivido:

To start a project: to make yourself so at home with total failure you stand a chance of being calm enough to succeed. 
Iniziare un progetto: comprendere cosi' appieno il fallimento totale da avere una qualche possibilita' di rinamenere sufficientemente calmi per avere successo.
Si prende una decisione, nella vita, quando la possibilita' che essa non conduca ai risultati sperati puo' condurre ad un fallimento significativo. Non si decide di comprare i bucatini invece degli spaghetti. Quelle sono opzioni che hanno anche gli organismi unicellulari. Si decide, come in un battesimo, solo poche volte nella vita. Quando tremano i polsi, ma si aderisce ad un impegno che si e' immaginato in un sogno e soppesato in mille discussioni. Ed ogni decisione si appunta in modo indelebile.


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Ieri ho dato uno sguardo al video dell'incontro tra Bersani e il M5S. E' stato quest'ultimo a chiedere questa ridicola trasmissione in diretta streaming. E' stata una visione che ha cambiato la mia intera giornata. Ha fatto discendere su di me un senso di profonda tristezza, ma anche di vivissimo odio. Il capo di questo movimento ha pubblicato un post sul suo blog - dal quale detta la linea, col cipiglio evidente di un dittatore - affermando che i politici attuali, Bersani compreso, sono dei vecchi puttanieri che hanno mangiato tutto ed indebitato i figli. Ed invoca il mito di Saturno, che divora i proprio neonati, per dare efficacia plastica all'intervento molto raffinato.

Voglio dire subito una cosa chiara: io ringrazio, di cuore, Bersani. Perche' dopo vent'anni, per la prima volta, sono non solo felice, ma fiero di avergli dato il mio voto. Di averlo dato ad un partito che ho criticato aspramente da sempre, e mai ho votato acriticamente. Non gli ho sentito pronunciare mai una parola che non fosse soppesata. Mai promettere un mondo che non si potesse raggiungere. L'ho sentito parlare con la concretezza di chi ha lavorato per campare, e di chi conosce le vite e le tragedie su cui si regge l'impianto del nostro stato repubblicano. Oggi dico, senza paura, che per la drammaticita' del momento che viviamo e la complessita' e l'imprevedibilita' dei mezzi che abbiamo a disposizione, Bersani e' grande almeno quanto Berlinguer.

In questo contesto, i cinquestellati si sono seduto a quel tavolo. Con questo uomo di fronte. E con il loro capo che ricorda Saturno. "Ammazzate questi padri puttanieri".


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Sento un disprezzo viscerale per questi nuovi - pochi, tra loro, ancora giovani, ma tutti decisi a definirsi tali. Li odio, senza remore. E sono felice di odiarli. Li odio perche' a quel tavolo, al tavolo con le tue radici, al tavolo con tuo padre, devi chiedere di poterti sedere; devi meritarti una sedia. Qualunque scorciatoia, qualsiasi porta di servizio, qualunque corruzione di inserviente per poter avere accesso a quel tavolo fa schifo. E' un modo viscido per acquisire il potere, fottendosene della propria liberta'. Un modo per accettare di rimanere fuori dal gioco serio della vita, ma impedire a tutti gli altri di poter averne parte.

Bisogna essere degli uomini che temono la propria vecchiaia - come Grillo - per scivere cosi' male ed in modo cosi' dozzinale di Saturno. Il mito va studiato, non urlato. Va rispettato. Saturno si chiamava Crono, come usavano i Greci, il tempo. Divoro' tutti i suoi figli perche' egli stesso dovette evirare Urano, suo padre, per vivere. Cosi', temendo di essere anch'egli sopraffatto, il tempo preferi' tagliare il futuro. Perche' qualcuno si ribellasse, non fu sufficiente prendere il potere. Furono necessari l'astuzia calcolata e temeraria di chi diede in pasto al dio un masso in fasce al posto del neonato, e la forza ed il lavoro di quel neonato cresciuto, Zeus, che dovette combattere una lunga guerra. Che non lo condusse all'omicidio del padre, ma alla sua deposizione. Il tempo deposto, il futuro riaperto.

Bisogna aver studiato, e letto i libri, per poter capire le sottili sfumature dei significati di un mito. Un racconto non perdura tremila anni, di bocca in bocca, solo per la discutibile efficacia di una scena truculenta.


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Seguo Bersani che cita a memoria, e con saggezza, la Costituzione. Un vecchio che non ha paura di cambiare. Egli non e' Crono. Mi sembra mio padre, sembra il padre. Le radici con le quali bisogna fare i conti, libri e vita alla mano. E poi una marmaglia di falliti, bamboccioni non piu' giovani, omuncoli e donnucole senza spina dorsale, citano Ballaro' ("ma noi qui non siamo a Ballaro'" gli dira', con serieta', Bersani). Citano la TV perche' sono ignoranti, sono triviali, ma hanno la supponenza costruita dal potere. Sono fascisti - per chi ha studiato cosa e' stato il fascismo, non ci sono dubbi. Questo e' il fascismo.


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Negli ultimi giorno ho ingaggiato discussioni molto polemiche con i tantissimi che hanno votato questi ebeti e sono convinti di quanto hanno fatto. Le polemiche hanno travalicato spesso i confini della buona educazione, o della pubblica accusa personale. Ne sono lieto. Posso correre il rischio. La colpa e' stata non affrontare queste discussioni, cosi' profonde, in nome della buona educazione, o dei legami affettivi e di sangue.

Queste elezioni hanno mostrato - almeno a me, chiaramente - che i tantissimi con i quali pensavo di poter fare un pezzo di strada assieme, hanno in realta' idee molto diverse dalle mie. Forse le hanno cambiate, forse le hanno sempre avute. Di certo mantengono il punto perche' il loro fallimento personale, che sentono acuirsi sotto il peso degli anni da una parte e della inconsistenza del loro impegno esistenziale dall'altra, sono disposti a tenerlo e condividerlo, ma non a mutarlo. Vogliono che cambi la realta', ma non il loro impegno. In questi casi, molto facilmente si passa per tracotanti - pensi di sapere tutto tu. Ma non solo si puo' correre il rischio - lo si deve correre. Io ho fatto molti errori, Li ho ammessi, e ammettero' i futuri. Ma non sono disposto, per nessuna ragione al mondo, a essere messo sullo stesso piano di chi ne ha commessi e non e' disposto a nessun cambiamento. A chi ha certificato il proprio fallimento e vuole far fallire tutti.

Un conto e' sbagliare e provare a cambiare, rendicontando sul proprio comportamento.
Un conto e' blindare la mediocrita' nell'egoismo della propria inerzia.


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A quel tavolo, a parlare col padre, ciascuno di noi puo' sedersi con fatica, dedizione, e passione per la vita. Nostro compito e' allenare quella fatica, conoscere quella dedizione e coltivare quella passione. E dire chiaramente che, su questi principi, non si e' disposti a contrattare nulla.

domenica 24 marzo 2013

L'analisi storica che non esiste (La Magistra vitae precaria)

La piu' potente amica del fascismo e' stata, storicamente, la costante sottovalutazione operata dai cittadini e dagli intellettuali nei suoi confronti. Le persone, alle prese con il racconto della storia, hanno generalmente un'idea di evidente ineluttabilita', che deriva dal loro esserne estranei; sentirsi avulsi da quanto si racconta dona, inevitabilmente, una supremazia morale su quelli che il racconto lo hanno vissuto; in un lavoro di retrospettiva, essi falliscono in cio' che e' il compito principe di questa materia - la storicizzazione, intesa come capacita' di applicare l'analisti storiografica di allora ai tempi presenti.

Negli anni '20 e '30 non erano tutti allocchi. Non erano tutti dei simpatici ebeti creduloni che poi si sarebbero ritrovati, come per una gita fuori porta, sotto il balcone di Piazza Venezia. In Germania, allora come oggi, non esisteva alcun DNA preconfigurato per il nazismo. Tipicamente, a spingere queste discussioni su questioni di immutabili motivi genetici ("sono sporchi nel sangue", "sono categorici per costituzione", "nascono cosi'") e' chi non vuole affrontare alcun tipo di argomento. Semplicemente perche' non ne ha. All'inizio del secolo scorso, dunque, uomini e donne non erano meno intelligenti di noi. E pochissimi, probabilmente, capirono cosa stesse effettivamente succedendo. Perche' un conto e' vivere in un susseguirsi di apparenti stati di equilibrio, un altro e' guardare l'intera vicenda nella propria precostituita completezza.

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"Perché non lo prendete sul serio? Perché ogni cosa è una buffonata? C'è gente che lavora, c'è gente che si ammazza anche 20 ore al giorno per distruggere questo paese.. non è che sta lì a perdere tempo [...] è un paese dove se un dittatore non si mette il cappellone, non spara per aria, non vedete il passo dell'oca fuori dalla finestra, non vi raziona il pane.. non lo prendete sul serio, è sempre un buffone, c'è sempre da ridere... e questo non è giusto."

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A mia moglie e' giunta la mail di una amica, anche lei con bambini piccoli. Le chiede cosa ne pensa dei vaccini, se lei ha deciso di vaccinare i nostri figli o no. Puo' sembrare una discussione di poca importanza. O forse un dialogo di qualche secolo fa. Invece avviene oggi. Sta avvenendo oggi. Esiste un movimento di persone, e di relativi stregoni, che sta mettendo sempre piu' in discussione l'uso e l'utilita' dei vaccini. Alcuni delirano - parlano del cancro che si cura con il bicarbonato, l'AIDS che non esiste ma e' un complotto delle case farmaceutiche, l'urinoterapia come panacea. Altri sfruttano casi drammatici, bambini con mali incurabili, per sostenere che la scienza occulta volontariamente le cure per motivi economici - salvo poi scoprire che i detentori della cura alternativa (dimostrata inefficace), che il Ministero si rifiuterebbe colpevolmente di pagare ed offrire ai cittadini, non sono neppure laureati in medicina.

Ma torniamo al punto iniziale. I vaccini. Stiamo rimettendo in discussione mattoni che l'umanita' aveva posto centinaia di anni fa a sostegno del nostro sviluppo. Stiamo ponendo questioni su conquiste della Rivoluzione Francese. Con una strategia lenta che pare essere, ciononostante, efficace. Le madri oggi si chiedono due volte: voglio far vaccinare mio figlio? E se stessi iniettando un siero tossico? E se stessi iniettando nelle vene di mio figlio qualcosa perche' Big Pharma vuole cosi'? E se fosse un complotto?



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"Le persone di stringono forte nelle loro certezze. Cosi' forte che a volte neppure la verita' riesce a liberarle. Siate scettici. Fate domande. Ma il punto e' questo: quando ottenete le risposte, dovete accettarle."

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Negli anni si e' assottigliato, in parte per ignoranza, in altra parte per non curanza, il confine che separa la scienza dall'industria. Lo spiega Specter, nel precedente filmato, molto bene.

La scienza e' legata a doppio filo con il cammino che noi tutti, come umanita', abbiamo percorso nel mondo. Vincolati al mondo, ma drammaticamente vogliosi di comprenderlo. Il caso degli organismi geneticamente modificati (OGM), citato nell'intevento, e' esemplare in questo senso: quanti di noi sentono una sotterranea paura a supportare questa ricerca? Quasi fosse all'orizzonte lo spettro di quanto non riusciamo compiutamente a dire: violentare la natura - gli antichi Greci la chiamerebbero ybris, la tracotanza dell'uomo che vuole essere come dio. E quanto, invece, questa paura risiede nella radice delle nostre certezze, le credenze di cui siamo permeati? Quanto la ricerca spinta ci fa paura perche' minaccia di sgretolare le strutture che noi stessi abbiamo dato al nostro vivere?

Oggi, nel 2013, non esiste un solo frutto, un solo vegetale sulle nostre tavole che non sia prodotto di una modificazione genetica voluta dall'uomo, e non prevista dalla natura. Da millenni di agricoltura. Di innesti, di progetti provati e riprovati dagli esseri umani, che mille anni fa non avevano i laboratori in cui seguire i geni o le eliche quantistiche del DNA, ma con l'osservazione cercavano in tutti i modi di alleviare le pene che la natura infliggeva loro con l'arguzia. Con la curiosita'. Con l'intelligenza.

Gli OGM sono la presecuzione di quei tentativi. Sono frutto di una ricerca lunghissima, difficilissima, eppure eccezionale, sulla natura. Perche' portano ad un nuovo livello, in cui si trattano il codice e l'epifenomeno, il tentativo di ottenere vite migliori. Perche' modificando il DNA di un pomodoro temiamo di commettere un peccato? Come mai sentiamo un sottile senso religioso, di profanazione? Perche' abbiamo paura di cosa la ricerca possa portare.

Forse perche' confondiamo la ricerca con l'industria. Temiamo le conseguenze. Le bombe atomiche. Eppure non esisterebbero TAC e PET oggi se la ricerca sulle particelle elementari, la medesima di Hiroshima, non avesse compiuto il suo corso. Nei laboratori. Per anni. Con pazienza. Sempre pronta ad accettare il responso della Natura. In silenzio. Niente al mondo e' piu' rispettoso della Natura, infatti, del metodo che ci insegno' Galileo.

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Eppure oggi pare potersi rimettere tutto in discussione. Tutto questo, e molto meno di questo.
Ad aiutare questo moto reazionario cosi' potente, in Italia, e' internet. Un paradosso peculiare della Penisola, che va capito sino in fondo se si vuole avere un'idea di quanto sta accadendo.

Internet viene adoperato, oggi, con modelli tipicamente propri degli anni '80 - questo articolo molto ben argomentato mi pare il migliore a riguardo. L'utilizzo della rete da parte dei grillini, come gia' ho scritto, e' primordiale. Chi conosce la tecnologia e le dinamiche reali di questa tecnologia, sa che pressocche' nulla di quanto fanno i pentastellati riflette il carattere di liberta' e conoscenza che la rete mette a disposizione. Eppure, questo mezzo oggi rispecchia, in Italia, tutte le caratteristiche tipiche della restaurazione. L'Internet di Grillo e' uno strumento di propaganda retrograda senza pari. E potentissimo.

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Di nuovo dall'inizio, dunque: da cosa riconosciamo se un movimento e' fascista?
Operando, come detto, una analisi storica. Consiglio a tutti voi, nel caso non lo aveste gia' fatto, la lettura di questo stralcio del saggio di Umberto Eco "Cinque scritti morali". In una dettagliata ed acuta analisi del Fascismo, Eco individua in 14 punti salienti le caratteristiche essenziali dei fascismi storici, tanto da ottenere una definizione di "Ur-fascismo", o "Fascismo eterno", come appunto il capitolo di intitola.


1. La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione. Il tradizionalismo è più vecchio del fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione Francese, ma nacque nella tarda età ellenistica come una reazione al razionalismo greco classico. [...]Come conseguenza, non ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata già annunciata una volta per tutte, e noi possiamo solo continuare a interpretare il suo oscuro messaggio. E sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti.

 2. Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo. Sia i fascisti che i nazisti adoravano la tecnologia [...] Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernità era solo l'aspetto superficiale di una ideologia basata sul "sangue" e la "terra" (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava principalmente il rigetto dello spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente). L'illuminismo, l'età della Ragione vengono visti come l'inizio della depravazione moderna. In questo senso, l'Ur-Fascismo può venire definito come "irrazionalismo"

 3. Pensare è una forma di evirazione. Perciò la cultura è sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici. Dalla dichiarazione attribuita a Goebbels ("Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola") all'uso frequente di espressioni quali "Porci intellettuali", "Teste d'uovo", "Snob radicali", "Le università sono un covo di comunisti", il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di UrFascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell'accusare la cultura moderna e l'intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.

 4. Per l'Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento

6. L'Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici è stato l'appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, in cui i vecchi "proletari" stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio.

7. A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l'Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. E questa l'origine del `nazionalismo': Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l'ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati.

8. I seguaci debbono sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici.

13. L'Ur-Fascismo si basa su un "populismo qualitativo" : In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l'insieme dei cittadini è dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza). Per l'UrFascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il "popolo" è concepito come una qualità, un'entità monolitica che esprime la "volontà comune". Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete. [...] Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la "voce del popolo". A ragione del suo populismo qualitativo, l'Ur-Fascismo deve opporsi ai putridi" governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel parlamento italiano fu: "Avrei potuto trasformare quest'aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli." Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il parlamento. Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimità del parlamento perché non rappresenta più la "voce del popolo", possiamo sentire l'odore di Ur-Fascismo

Questi punti, sommariamente elencati di sopra, sono la definizione del Movimento 5 Stelle di Grillo. Che e', per sua natura, un movimento fascista. Un movimento chiaramente contrario al progresso che occulta questa sua identita' con l'uso di uno strumento nuovo. Un movimento chiaramente tradizionalista, che vuole il ritorno al passato ma lo nasconde dietro al termine grottesco decrescita felice. Un movimento chiaramente totalitario, ma legittimato ridicolmente dalla democrazia dal basso. Soprattutto, un movimento in aperto contrasto con i principi di democrazia parlamentare - il vero punto di partenza di tutti i fascismi.

Un movimento la cui estrema pericolosita' deriva da due punti essenziali: l'uso (primitivo) di una tecnologia (in ogni caso) nuova, le cui dinamiche noi ignoriamo ancora; l'esistenza di una crisi economica senza precedenti, che sta imponendo ed imporra' massicciamente un cambiamento epocale di usi e costumi nostri e dei nostri figli.

La sottovalutazione di questa analisi e' un errore drammatico. Dire "ma dai, vabbe', non esageriamo" e' un argomento di una pochezza criminosa. Siamo in presenza di un attacco culturale frontale, che si prefigura come potenzialmente ancora piu' pericoloso del berlusconismo. Sono state mandate in parlamento persone che vogliono rendere i vaccini non obbligatori - e questo e' solo un esempio tragico dello scempio umano cui questi uomini e queste donne - reclutati tra le classi medie frustrate, come dice Eco - daranno vita. Solo un esempio di complotto da cui questi uomini e queste donne si sentiranno attaccati e per i quali vorranno che tutti si sentano in pericolo - e poi il complotto delle banche, e l'Euro, e gli OGM, e le scie chimiche; uomini e donne che rifiutano la modernita' in senso assoluto e generale - contro la TAV, per il ritorno all'antico nell'agricoltura, nelle scienze umane; per una restaurazione totale.


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Ma una frase della riflessione di Eco merita un trafiletto a parte:

"è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista"

Una qualunque.

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C'e' infine un ultimo punto. Che mi pare degno di nota.
Al punto 9 Eco parla di:

complesso di Armageddon: dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovrà essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un'età dell'Oro che contraddice il principio della guerra permanente

Il senso di Armageddon del M5S e' proprio della vera testa del movimento. Di Casaleggio - che, attenzione, e' un pubblicitario. State molto attenti a questo particolare.
La sua societa', la Casaleggio Associati, ha pubblicato da tempo questo video, di cui pare si parli poco:



Uno dei parlamentari grillini neoeletti ha detto di aver iniziato a pensare di far politica dopo aver visto questo "documentario". Comprendete e soppesate bene questa parola: "documentario".
Notate anche questo particolare: relativamente alle case del villagio in Costarica, (a seguito della vicenda, riportata dall'Espresso, delle tredici societa' costaricane intestate a conoscenti e parenti di Grillo) c'e' un particolare interessante tra le righe:
«Ogni abitazione sarà dotata di un bunker antiatomico», si legge nella presentazione del progetto sotto la voce sicurezza, «fornito di particolari filtri depuratori progettati per difendersi da contaminazioni chimiche, biologiche e batteriologiche».
Voi cosa ne pensate?
Siete certi che un delirio che appare limitato non possa condurre ad uno piu' grande?
Su cosa basate la certezza che non possa esserci un'improvvisa mutazione di scala?

martedì 19 marzo 2013

Veniamo allo scoperto

Cosa e' mancato alla nostra storia recente - in cosa non siamo stati all'altezza?
A mio avviso, e' mancata la forza di pronunciare e difendere i nostri principi. E' mancata la pazienza di affidarsi ad una circostanziata polemica per discuterli con chi la pensava diversamente. E' mancato il coraggio di non indietreggiare - ed e' mancato in nome del timore di rompere gli indugi, di troncare le amicizie, di dissolvere le famiglie.

In questi giorni sto leggendo "Consigli ad un giovane ribelle", di Hitchens. Un libercolo magnifico, di un fine scrittore, giornalista e raffinato polemista, sempre in direzione ostinata e  contraria, sempre contro corrente, pronto ad argomentare il proprio disprezzo per i potenti. Ad un tratto dice:

“Allow a friend to believe in a bogus prospectus or a false promise and you cease, after a short while, to be a friend at all.”

"Consenti ad un amico di credere ad una prospettiva illusoria o ad una falsa promessa e cesserai, in breve tempo, di essergli amico."

Quando si nota l'ingiustizia, la si deve definire, non si puo' fare a meno di additarla. Quando i nostri principi sono messi in pericolo, non ci si puo' sottrarre alla lotta polemica. Fiat justitia et ruat caelum, cita Hitchens ricordando un mirabile detto latino che e' andato dimenticato - sia fatta giustizia, anche se i cieli dovessero cadere. Anche se cio' in cui abbiamo erroneamente creduto dovesse incrinarsi, sia fatta giustizia. Questo e' lo snodo principale, il movimento primo della polemica, la parola greca che ha in se' la radice polemos della guerra.


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Cosa vedete in questo video? Un delirio. Un uomo, sessantenne, non piu' giovane, che ha conosciuto la tecnologia qualche anno fa, dopo aver distrutto i computer sui palchi dei suoi spettacoli. Quest'uomo odiava la tecnologia, e poi l'ha scoperta in eta' matura, alle porte della vecchiaia.

Non avendo alcun supporto culturale a conforto, egli ne e' stato travolto, come una marea. Ne e' stato invaso. Il mio relatore della tesi mi ripeteva sempre che l'effetto sorpresa che molti studiosi hanno quando notano un ordine inaspettato nel caos apparente - e che porta loro ad indulegere in facili metafore, o a trarre conclusioni affrettate - deriva dal fatto che essi non hanno mai visto la diagonalizzazione di una matrice in meccanica quantistica. Non hanno mai dovuto risolvere le equazioni che mostrano, dopo molto sacrificio, che la natura usa linguaggi complessi, ma ha nel suo nocciolo una legge che possiamo conoscere e anche domare se la forziamo in un riferimento a noi conveniente - nei reattori, nelle TAC, nel banale mondo quotidiano. Se hai visto questo, non hai imparato la fisica: hai imparato a domare i tuoi sentimenti, a non lasciare andare la tua curiosita' nel mondo dell'irrazionale, prima di scoprire l'abisso tremendo e la bellezza struggente di quanto puo' essere razionalmente conosciuto.

L'uomo nel video delira. Parla di algoritmi che non esistono, mentre batte su un pannello con la velocita' di una cassiera del supermercato. Blatera di termini che non hanno senso, tecnologie che qualcuno gli avra' raccontato come vere ma che non hanno alcun riscontro nella vita reale. Potrebbe far ridere, se quest'uomo non fosse il padrone di un partito che ha il 30% dei consensi degli italiani, e non andasse a giorni a parlare col Presidente della Repubblica. Il delirio puo' far ridere, o puo' dare un brivido dietro la schiena.

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E' giunto il momento di dire come la pensiamo. Di dire come la penso.
Di lui. Ma soprattutto di tutti coloro che lo hanno votato.
Con metodo - quello che ho imparato sui libri - e l'asprezza dei grandi polemisti che hanno fatto la storia di questo pianeta.

Voglio dire chiaramente che se hai votato per questo signore, perche' non sapevi o hai pensato di protestare perche' hai affidato ad una scheda la tua frustrazione colpevole, non esistono presupposti perche' tra noi possa concretizzarsi un terreno di scambio. Devi fare i conti con la tua ignoranza, con il fallimento che vuoi nascondere. Come ho letto da qualche parte:

La definizione di fallimento: qualcuno che ha bisogno che anche gli altri falliscano.

Bene, ve lo potete scordare.

Auguri papa'


Oggi, in una riunione in ufficio, ero seduto ed ascoltavo attentamente un collega.
All'improvviso ho fatto caso che, con il braccio destro che mi sovrastava la testa, mi toccavo il sopracciglio sinistro.

Come faceva mio padre.

mercoledì 13 marzo 2013

Meritiamoci di esserlo



"Voi siete la nostra speranza. Voi siete il nostro futuro, non dimenticatelo mai. Cercate non di assomigliarci ma di essere meglio di noi. Custodite gelosamente le nostre leggi dettate dalla costituzione. Abbiamo bisogno di voi in un modo incredibile. Cercate di fare quello che noi non siamo riusciti a fare: un'Italia veramente fondata sulla giustizia e la liberta'. [...] Siamo tutti cittadini, meritiamoci di esserlo."
In questo video, che non si puo' ascoltare senza piangere di commozione e gratitudine, Teresa Mattei, morta ieri, parla a dei giovani ragazzi di una scuola.

[Teresa Mattei e' stata una] combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù (con la qualifica di Comandante di Compagnia), fu la più giovane eletta all'Assemblea Costituente, dove assunse l'incarico di segretaria nell'Ufficio di Presidenza dell'Assemblea Costituente. Dirigente nazionale dell'Unione Donne Italiane, è stata l'inventrice dell'uso della mimosa per l'otto marzo: l'idea le venne quando seppe che Luigi Longo intendeva regalare alle donne per quel giorno delle violette; Mattei intervenne suggerendo un fiore più povero e diffuso nelle campagne.
Teresa Mattei partecipò attivamente alla lotta per la Liberazione con il nome di battaglia di partigiana Chicchi, soprattutto nelle cellule comuniste che operavano nella città di Firenze. A lei ed al suo gruppo combattente si ispirò Roberto Rossellini per l'episodio di Firenze del celebre Paisà. 
Nel 1947 fondò, insieme alla democristiana Maria Federici, l'Ente per la Tutela morale del Fanciullo. Nel 1955 rifiutò la candidatura alle elezioni per la Camera dei deputati e venne quindi espulsa dal PCI per il dissenso maturato nei confronti della guida togliattiana. Cinque anni dopo la morte del marito, avvenuta nel 1950, Teresa Mattei contrasse un nuovo matrimonio e diventò madre di quattro bambini, proseguendo la sua lotta in favore dei diritti delle donne e dei minori. Negli anni sessanta fondò a Milano, un Centro Studi per la progettazione di nuovi servizi e prodotti per l'infanzia.

E' sempre interessante notare come coloro che hanno effettivamente conosciuto la morte, e lottato per la vita propria e di tutti gli altri, abbiano la massima apertura e fiducia verso il futuro. Non solo aspettino il domani e lavorino per costruirlo, ma aiutino a facilitare l'ingresso in quel futuro alle generazioni che verranno. Non conservino gelosamente il proprio passato, ma lo regalino gratuitamente ai piu' piccoli. Non abbiano interesse a contenere e mantenere un privilegio, ma al contrario non sappiano fare a meno di condividere quanto hanno visto. Non segnino indelebilmente la propria vita come il massimo limite, invalicabile ed irragiungibile, ma disegnino una strada per estendere e migliorare la propria esperienza.

Teresa era una donna forte, fortissima. Capace. Ascolti la sua voce, e capisci immediatamente il suo nerbo, la sua vita e la sua vitalita'. Teresa era una grande donna, una donna che mi piacerebbe le mie figlie avessero a modello.

Dobbiamo avere l'umilta' di dire che noi, di fronte a Teresa Mattei, ultima partigiana e Costituente, siamo degli illustrissimi signori nessuno. Siamo niente. E se ad avere questa fiducia nel futuro e' chi e' stata seviziata da ragazzina dalle SS e ha scritto la Costituzione, noi abbiamo il dovere di dire a noi stessi che se siamo in questo fallimento non e' colpa del fatto che le cose non potranno mai cambiare, che non c'e' speranza, che l'uomo non mutera' mai, che gli altri non cambieranno mai. E' piuttosto colpa del fatto che noi non siamo stati finora all'altezza del compito.

Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare.

lunedì 11 marzo 2013

La cultura non frinisce

Non investiro' il mio tempo nell'ennesima disanima sul cuore antidemocratico e sulla pericolosissima natura sovversiva dei grillini. Ho gia' detto, da tempo, che i cinquestellati sono peggio dei Berluscones, e che il berlusconismo si scioglie come neve al sole dinanzi al miscuglio di incompetenza e fanatismo di questi dilettanti allo sbaraglio - per dirla con le parole del grande M.L.King, "Nulla al mondo è più pericoloso che un'ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa".

In questi giorni c'e' chi ha scritto circa le sciocchezze grilliche sugli stipendi tagliati, o del video di quel povero ebete neodeputato che ha studiato su YouTube ed imparato che gli americani stanno mettendo i chip sottopelle per il controllo delle menti. C'e' chi ha scritto, con maggiore acume, del tema psichiatrico del movimento di Grillo - analogamente a quanto ho trattato nel precedente post - nel quale appare chiaro quanto era lapalissiano gia' prima, ovvero la natura parascientifica ed escatologica di un movimento di poveri sfigati che cercano un capo che giustifichi i loro fallimenti personali.

C'e' pero' un tema che vale la pena sviscerare ancora, e riguarda il rapporto cultura-grillini. Si sta facendo largo, infatti - specie in seguito all'intervento di un Fo quanto meno appannato per l'eta' e alla classica salita sul carro del vincitore dei cosiddetti intellettuali italiani - l'idea che i cinquestellati siano effettivamente portatori di una cultura nuova, e coltivino un punto di vista genuinamente diverso sulla realta'. L'idea procede in modo mirato, con una strategia di marketing meticolosamente pensata a tavolino, annettendo al cosiddetto pensiero di Grillo nomi altisonanti provenienti da tutte le discipline umane. Val dunque la pena, dicevo, confutare i luoghi comuni sul movimento nei seguenti punti:

1. I grillini di tecnologia sono quasi completamente a secco. 
Com'e' stato ben descritto da vari giornalisti (qui un buon articolo di Smargiassi), l'utilizzo che della rete fanno i grillini e' tutt'altro che moderno. Anzi: esso e' quanto di piu' reazionario si possa trovare a riguardo, e distante anni luce da quanto e' accaduto, ad esempio, in America con l'elezione di Obama. Se andate sulla lista Campania 1 per le politiche, ad esempio, noterete in prima analisi una lunga lista di curricula, trasparenti e sul web. Un lenzuolo di utile facciata. Ma, andando a grattare un minimo per entrale nel dettaglio, andando a spulciare uno a uno quei curricula, si nota che mentre tutti hanno un profilo Facebook (spesso qualitativamente scarno), pochissimi ne hanno uno su Twitter, e praticamente nessuno e' reperibile su LinkedIn - il vero strumento moderno per lo sviluppo professionale in campo mondiale.
L'uso della rete dei candidati, dunque, e' arcaico, oserei dire puerile: quello di un bambino di sei anni. I "periti informatici" o "amanti della tecnologia" che si spacciano per guru delle telecomunicazioni, nella migliore delle ipotesi sono webmaster di siti esteticamente penosi, di quelli che si provavano a scrivere in HTML nei primi anni novanta tra quindicenni alle prime armi. Le famose dirette in streaming, i collegamenti via wifi, sono miti che si alimentano della diffusa ignoranza in materia in Italia. A guardarli da vicino - e con un minimo di conoscenza di queste tencologie - la qualita' di tali servizi dei cinquestellati e' ridicola. E' giusto parlare, dunque, di pauperismo della rete, ovvero uso scarnificato, sterile, di fatto reazionario di un mezzo potenzialmente rivoluzionario.


2. I grillini tutti laureati e preparati non esistono.
Nel contesto della de-responsabilizzazione nazionale, oggi si assiste in Italia al paradosso di un paese culturalmente straordinariamente arretrato tenuto in vita da un numero infinito di laureati disoccupati. Questo lo si deve, in larga parte, al silenzio - sovente di natura perbenista - circa il valore di questi pezzi di carta (valore che si stenza a comprendere, come e' ovvio, in una nazione in cui i capi di partito dicono di poter vantare multipli master a Chicago per poi scoprirsi con un diploma di terza media conquistato con sforzi inenarrabili).
Se si legge una lista dei neo-deputati grillini (anche qui), si scopre che, accanto a qualche avvocato e non meglio identificato ingegnere (triennale, quinquennale, in che ramo?), ci sono liste infinite di laureandi fuoricorso da anni, laureati in Scienze Statistiche (??), Mediazione linguistica (???), Scienze e tecnologie alimentari, Scienze dell'educazione.

Un passo fondamentale ed imprescindibile verso la responsabilizzazione di questi giovani consta della presa di coscienza della inutilita' dei titoli di studio da loro conseguiti. Ci sara', spero, un giorno qualcuno che si prendera' la briga, con un minimo di coraggio, di dire che la stragrande maggioranza di questi titoli di studio e' completamente priva di alcuna utilita'. L'Italia si e' trasformata, negli ultimi decenni, in un drammatico diplomificio. Solo nella mia citta', esistono almeno un paio di atenei che definire ridicoli non e' esagerato. La tragedia sta nel fatto che, ad esempio, tutti coloro che hanno raggiunto una laurea triennale in Scienze della comunicazione si sentono in diritto di indossare una pomposa corona di lauro sul proprio capo fin quando, constatando la sostanza fumosa del proprio titolo di studio provata da anni di disoccupazione od occupazione precaria, non riversano la propria frustrazione in un movimento politico che li riconosca come "importanti". Un movimento politico cosi' formato non sta aiutando nessuno, sia chiaro. Sta semplicemente illudendo questi giovani (a volte non piu' giovani), fin quando sara' la vita ad incaricarsi di mostrare loro il fallimento delle proprie scelte.

Purtroppo, la realta' non cambia per legge. E la verita' rimane la medesima: chiunque disponga di questi, come di molti altri, titoli di studio, non solo non trovera' mai un lavoro ma, varcato il confine nazionale, verra' equiparato al nulla.

3. Il mito dei grandi sociologi ed economisti che offrono il loro endorsement al movimento grillico e' una bufala.
L'aurea grillica, sapientemente costruita dal Casaleggio, si basa su richiami costanti ad alcune figure di riferimento. Ultimamente, per giustificare i deliri del duo al comando del movimento, si e' spesso preso a modello Simone Weil. Peccato che il lavoro radicale della filosofa francese abbia a che fare con i trip mentali di Casaleggio tanto quanto i cavoli con la merenda.
A tal proposito, un ottimo articolo di Alessandro Leogrande si incarica di spiegare, molto accuratamente, l'inadeguatezza culturale del programma di Grillo, qualunque esso sia, che impedisce di poterlo porre in qualunque tipo di analogia con il lavoro di Weil.

Oggi non solo abbiamo bisogno di separare la critica radicale della politica da chi si erge in maniera diametralmente opposta, ma speculare, al sistema dei partiti. Questo nucleo originario va apertamente difeso, preservato dalle appropriazioni di Grillo & co. Simone Weil, Hannah Arendt, Karl Barth, Elias Canetti, T.W. Adorno, Jan Patocka, George Orwell, Albert Camus, Dwight Macdonald, Paul Goodman… sono un’altra cosa. Tra il mantenimento dello status quo da una parte (l’agenda Monti, per intenderci), e la demagogia dissolutrice dall’altra, si sta stringendo una tenaglia. Nel mezzo, rischia di scomparire la possibilità di una critica radicale dell’esistente che miri a costruire – qui, ora – qualcosa di nuovo.

E' un dovere, dunque, allontanare questa deriva culturale dalla storia del pensiero contemporaneo. Per quanto ne utilizzi, con la spregiudicatezza di un pubblicitario, i versi, Grillo non ha nulla a che vedere con la poesia di De Andre', e per quanto sia riuscito a portarsi sul palco un invecchiatissimo Fo, e' davvero difficile immaginare che Camus sarebbe potuto affiancarsi ad un guitto che manda a fare in culo un mondo intero da uno scranno in Piazza Duomo.

L'ultimo capitolo della saga "bufala" e' piu' recente. Il genovese, infatti, dalle pagine del suo blog, ha a piu' riprese confermato che il suo programma economico deriva dalle migliori teste viventi in materia (Stiglitz su tutti). Peccato che tutti questi economisti chiamati in rassegna abbiano detto, chiaramente ed apertamente, di non conoscere Grillo, e addirittura di disconoscerne il valore politico:

«Apprendo con sorpresa dai giornali italiani che starei lavorando sul programma di Beppe Grillo. Ma quando mai? Non lo conosco, non l'ho mai incontrato e non sarò mai il suo consigliere. Per quanto mi riguarda, il suo movimento è espressione di una forma di regressione democratica» (Jean Paul Fitoussi, 6 marzo).

Si e' perso l'agone politico, ma non si puo' arretrare di un passo su quello culturale.
E' doveroso, dunque, rispettare l'esito delle urne. E' doveroso rispettare il parlamento. Ma e' parimenti doveroso far notare come e quanto le persone siano ignoranti. E quanto il loro citare a sproposito le proprie fonti paghi davvero poco. Gli studi, infatti, e' davvero difficile condurli su Wikipedia. Per quelli seri c'e' bisogno di aprire un libro ed imparare.

martedì 26 febbraio 2013

Non giunge inaspettato


E' la prima volta, da almeno cinque anni, che mi sento dall'altra parte del guado.
Nel voto degli Italiani dello scorso fine settimana sembra essersi inverato tutta la carica mortifera preparata negli ultimi decenni. "Com'e' possibile?"

Io sono dall'altra parte del guado perche' ho sostenuto, l'attimo dopo che quelle dimissioni furono portate in Quirinale, che nulla era finito. Nulla era mutato. Nulla era scritto. Perche' rimaneva immutato il nodo di potere di B da una parte; e, soprattutto, perche' dall'altra rimaneva identico il cuore del male italico, si conservava intonsa la sua natura: che e' culturale. Da tempo scrivo su questo blog che non esiste alcuna soluzione politica al problema italiano, perche' non vi e' soluzione politica a ragioni culturali. Perche' non si combattono con le campagne elettorali temi che vanno riportati nelle scuole. Perche' non si possono toccare le corde profonde delle persone, se quelle corde non sono abituate a risuonare alle frequenze giuste. Esiste un equivoco sulla scala reale del problema, soprattutto a sinistra: la politica vuole ridurlo e semplificarlo, ma la magnitudo effettiva del fenomeno e' immensamente superiore.
Dunque, quanto e' accaduto, per me, e' semplicemente l'ovvia conseguenza di questo intrico.

Che cosa si puo' fare, allora?
In breve premessa, si deve abbracciare la croce di una conditio sine qua non: si deve investire tanto e nel tempo. Tanto, tanto, tanto e poi tanto tempo. Ci vorranno nuove scuole, nuovi insegnanti, nuove famiglie, nuovi strumenti, e nuovi teatri in cui incontrarsi, nuove librerie, nuovi luoghi in cui imparare. Un passo alla volta, e forse se ne uscira' tra qualche trentennio. Noi non vedremo mai la fine di questo processo, se mai ne vedremo l'inizio.
Poi, si possono notare chiaramente due punti fissi:

1) Non esiste alcuna casta, alcuna organizzazione, struttura burocratica, incrostazione istituzionale che si e' insediata, avulsa e altro da tutto, a succhiare risorse e vita alla comunita'. Esiste, invece una aspirazione chiara ad una vita di poco lavoro, vasto nepotismo e sfrenati privilegi che almeno un italiano su tre tenta disperatamente (e spesso segretamente, vedi exit poll) di ottenere. E' sbagliato pensare che essi votino senza capire cio' che fanno; viceversa, votano il modello cui essi genuinamente aspirano. Danaro facile e veloce.

2) Una parte enorme degli italiani - stavolta materializzatisi nel fantomatico Movimento 5 Stelle - dinanzi alla necessità di risolvere un problema di non banale complessita', ricorre alla soluzione che può spiegarsi col minor numero di parole, per molteplici ragioni. Vuoi per un deficit educativo, che ormai in Italia e' esteso a macchia di leopardo: professori che sbagliano consecutio temporum e sorridono tra loro per gli errori che essi stessi sanno di commettere, numero di libri letti all'anno in Italia stabilmente ai minimi in Europa da anni, una attivita' culturale ormai marginale in un numero spaventoso di campi, Universita' sostanzialmente ininfluenti in qualsivoglia disciplina a livello continentale. Vuoi per una bassissima soglia dell'attenzione: l'Italiano medio fatica a sostenere una discussione, a mantenerne il ritmo, a svolgere una analisi non mordi e fuggi. Vuoi per il loro sentirsi perennemente nello status di figli da accudire, di persone moralmente scudate da qualcuno, che non credono che le regole possano mai effettivamente condurre ad un estremo, che esse siano finite, esistenti, esattamente come lo crede un figlio in sostanziale sottomissione al genitore - "ma papa' non arrivera mai a privarmi di questo".

E' esattamente per questo che, gia' anni fa, ho proposto l'etica dell'abbandono come proposta civile per i giovani Italiani. I quali hanno l'obbligo morale di lasciare la propria casa, reale e figurata, e di sviluppare un sentimento di rotondo risentimento nei confronti delle proprie radici. La mia idea, infatti, e' che il seme del nepotismo, il germe che ammazza la meritocrazia, il cuore pulsante che annienta ogni seria autocritica morale vengono coltivati nella cellula fondamentale della societa' italiana, ovvero la famiglia.

Le famiglie, in questi anni di crisi, non sono collassate. Non sono diminuite. Non si sono depotenziate. Al contrario: le difficolta' economiche ne hanno rafforzato i legami, hanno espanso il loro campo d'azione, hanno prodotto promiscuita' ancora piu' marcate - padri, madri, suoceri, nonni, nuore, fidanzati, tutti assieme, a dividere professioni, mestieri, appartamenti, tavolate del sabato e della domenica, bambini che non conoscono asili ma solo nonni onnipresenti. Queste configurazioni ibride, allargate nello spazio e nel tempo, queste famiglie senza argine, hanno progressivamente assottigliato il senso critico, aumentato la soglia di sopportazione e ridotto quella dell'attenzione. In una famiglia allargata cio' che muore per prima e' la morale, perche' essa o esiste come contrapposizione dialettica, come scontro di idee, come metamorfosi di concetti, o e' pura e semplice perpetrarsi di tutto quanto e' stato gia' detto e pensato, come tradizione, come sacro vincolo. Come mafia.

Certo possono suonare come vuote parole. Ma, poiche' non sono abituato a fare vuota filosofia, ho portato un dato incontrovertibile. Il risultato delle politiche, secondo il voto degli Italiani all'estero. Sono in una tale controtendenza col dato nazionale da costituire effettivamente la voce di un nucleo a parte di persone. Se avessero votato solo questi italiani, non solo avremmo avuto una maggioranza in Camera e Senato (col PD), ma Monti avrebbe avuto il 28% in Germania, e il movimento di Grillo avrebbe preso meno del 10% dei voti. Certo, non tiene la spiegazione banale - all'estero sono piu' intelligenti. Ma ho l'ambizione di ritenere che questo dato davvero significativo corrobori, invece, la mia idea: quanti sono andati via, quanti hanno dovuto, gioco forza, conoscere un altro mondo, studiarlo, rimettersi in discussione, lontani fisicamente e mentalmente dal modello di vita dal quale provenivano, hanno dovuto costruire una morale alternativa. Hanno dovuto definire un modello differente di esistenza e relazioni col mondo Gli italiani all'estero votano, dunque sono interessati alla propria nazione, non si sentono ininfluenti; ma hanno un'idea dell'Italia completamente diversa dai loro connazionali in patria. Un'idea basata su occhi che guardano all'opposto.

Gli Italiani nello stivale hann, in sostanza, un problema piu' di natura psicanalitica che politica. Puo' sembrare una provocazione satirica, ma ci sono illustri quotidiani del mondo che finalmente iniziano a dirlo chiaramente, come il NYT o la Sueddeutsche Zeitung. Parlano di Italiani che non hanno capito nulla. Lo strato di popolazione che e' parte del famoso ceto medio, che compone la classe dirigente, che influenza la societa', mostra una incapacita' di analisi che evidenzia chiari sintomi di note patologie psicanalitiche.

Il Natale scorso, in una pausa tra una portata e l'altra, provai a fare un giochino semplice a tavola: misi nel piatto una mia serie di comportamenti, tenuti mentre ancora ero in Italia, che apparentemente mi erano sembrati all'epoca del tutto normali, e che ad una attenta valutazione, oggi, mi apparivano chiaramente al limite dell'illegalita', o quanto meno immorali. Fatto il primo colpo, ho chiesto a tutti i commensali di dare un esempio analogo nella loro vita. Non ne e' uscito neppure uno - nonostante, chesso', sapessi che ci fosse di certo chi in vita sua avesse emesso fatture false, o timbrato il cartellino nell'ufficio pubblico per uscire subito dopo a fare la spesa, tanto per fare due esempi facili. Non ne rimasi, tuttavia sorpreso. Esso fu solo il certificare una tendenza chiara: l'incapacita' di analisi, la miopia critica che deriva dalla mescolanza di cui ho parlato prima. Finche' non c'e' chi prova una chiave nuova, tutte le chiavi esistenti apriranno le medesime porte.

Una strada c'e'. L'ho scritto perche' lo penso. Non sta in nessuna segreteria politica. Sta nella scelta di abbandonare la casa dei padri per decidere di conoscerla meglio.
Solo questo rendera' piu' liberi gli italiani.

giovedì 21 febbraio 2013

Una passione per l'errore

Quando ero gia' un attempato studente nelle aule di Teoria della calcolabilita', conobbi un altro attempato studente che mi parlo' un giorno del racconto di Funes el memorioso di Borges. Mi parlo' anche, per la prima volta, del Taurasi, di quella terra e di quel vino, del disciplinare, delle radici naturali di quella zona.
Oggi quell'un tempo attempato studente vive a Milano (credo) e mi scrive, in commento ad un mio post su Facebook circa la scarsa preparazione dei primi in lista del M5S Campania:
"Che la tecnica zen del gatto acciambellato davanti al camino mi aiuti a superare questi ultimi tre giorni pre elettorali e non mi faccia dire ad alta voce che vent'anni di berlusconismo e leghismo non potevano non partorire una masnada di fanatici seguaci di un ottottero, che, per quanto in italiano i dittonghi vocalici non sono molto usati, 'ao' non si confonde mai con 'oia', soprattutto se la parola inizia per ingr, che la democrazia è faticosa da praticare e da meritare, che la strada che parta alla conoscenza non passa sempre e comunque da wikipedia, che ad un vecchietto in fila per farsi restituire l'imu va conservato il diritto di voto ma gli va tolta la casa..."
Poche righe che racchiudono tutto quanto deve dirsi su questo momento storico in Italia. Penso non sia un caso esse, meticolose e profonde, vengano da chi leggeva Borges da giovanissimo.
Allora mi chiedo cosa serva per vivere. Ma veramente. Mi guardo, oggi e ieri. Oggi a Berlino. Ieri che studiavo le funzioni primitive ricorsive. In quanti vicoli sterrati ho dovuto ricacciare la mia testa. E conto gli errori, li sgrano come su di un rosario, con la solennita' delle vecchie che attendono sulle panche quando la messa serale e' terminata e l'aria risuona ancora di incenso.

Quante volte ho osservato l'impazzimento intorno a me. Allora gridavo o mi indicavo una via d'uscita che si sarebbe dimostrata un binario morto di li' a pochi mesi. Ho creduto in Bassolino, ho sostenuto De Magistris, ho votato per Di Pietro, per Rutelli premier. Ho partecipato ai girotondi, alle manifestazioni in Piazza San Giovanni. Ho sostenuto le battaglie della CGIL di Cofferati. Dio santo, quante ne ho sbagliate.

Ho sbagliato molto. Ma non sono rassegnato. L'uomo che mi parlo' del Taurasi ha sintetizzato con le parole giuste. "La democrazia e' faticosa da praticare e da meritare". E' forse qui il nodo che puo' spingermi, come fa, a perseverare. A non chiudere la strada del domani. La storia collettiva puo' risolversi in una questione personale - tra me stesso e la democrazia. Tra il mio mutevole modello di mondo nel quale possa rientrare l'intero universo, e la macchina reale che sfida le strade, le salite, le discese del pianeta. Tra il disegno che si svolge nelle aule della mente, e i piedi di un discorso che devono camminare. La democrazia va meritata, studiata, compresa, influenzata. Va vissuta, fuori dal beauty contest nel quale siamo colpevolmente piombati.

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L'altro giorno, nella nostra medesima carrozza della metro, sedeva una dei sette figli della nostra padrona di casa. Una donna indubbiamente ricca, ma anche devotamente attenta alla propria prole. La ragazzina avra' avuto una dozzina d'anni, tornava da sola in treno attorno alle 20. In mano aveva un Kindle su cui leggeva un libro. Mostrava un piglio particolare, quasi fiero, a tratti coriaceo. L'ho vista uscire, camminare come una donna che segue ma non teme il mondo. L'ho vista vivere il suo tempo senza paure, e preservare se stessa nell'aura diamantina di un testo.

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Intanto leggo delle panzane che ha raccontato Grillo negli ultimi dieci anni. Le washingball che lavano gli indumenti senza detersivi, i cibi genetici mortali che non sono mai stati creati, le uova che divengono sode con le onde elettromagnetiche dei cellulari che non sono mai esistite. E i motori ad idrogeno che esistono ma sono nascosti dall'establishment, e le rinnovabili che sono a portata di mano. Non c'e' nessuno che, piu' di Grillo, abbia instillato nei mesi e negli anni la autentica paura del progresso fingendo di parlare la lingua del domani. Sciogliendo tutto nel brodo primordiale della moltitudine senza ideologie.

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“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato” 
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921.
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"Ad un vecchietto in fila per farsi restituire l'IMU va conservato il diritto di voto ma gli va tolta la casa".

Non ho paura di avere sbagliato. So di aver commesso i miei errori. Oggi, rispetto a vent'anni fa, o ai tempi delle lezioni di Teoria della calcolabilita', so che gli errori si devono pagare caro affinche' possano solcare e lasciare un confine, che si puo' poi decidere se valicare o meno. Bisogna sbagliare per decidere. Se un vecchio e' in fila per farsi restituire l'IMU, la casa deve perderla. Non dobbiamo essere indulgenti con la nostra parte vecchia. Con i nostri acciacchi. Essi ci indurranno al pianto compulsivo, al senso di colpa verso noi stessi. Si mostreranno platealmente a letto infermi quando decideremo di uscire di casa, proveranno a convincerci che e' necessario un ripensamento. E' necessario rimanere. Permanere.

Ma se abbiamo deciso di comprarci il futuro a rate, allora dobbiamo pagarla. Siamo stati noi a pensare di aver colto l'alchimia giusta per coniugare sicurezza e progresso. Le nostre pensioni le avrebbero pagate un giorno i fondi privati, bilanciati, a basso rischio. I nostri domani li avrebbero accolti le nostre case ipotecate. E poi sarebbe venuto tutto il resto - saremmo diventati i dirigenti del domani solo aspettando il tempo che passa, avremmo passato sui campi da golf o le navi da crociera i decenni da passare felicemente in pensione. Dobbiamo pagarla, perche' siamo stati dei coglioni.

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FERDINANDO: (non contenendosi più) Tu si' na carogna, pecché pe nun nguaià 'a casa mia, primma che trasive aggio scaricato 'o revòlvere, si no te mannavo o campusanto, te facevo arrunà 'e ccervelle pe terra... (Mostrando la rivoltella) Chesta è scarica, 'a 'i'.(Tira il grilletto puntando la rivoltella verso terra, ne parte un colpo. Ferdinando impallidisce, le donne rimangono atterrite, i Frungillo si abbracciano smarriti. Strumillo cade affranto su di una sedia. Bertolini dopo un attimo di smarrimento s'inginocchia e bacia la terra.) Vatte'... vatténne! Tu si' 'a iettatura d' 'a casa mia. Io pe causa toia stevo perdenno 'a libertà.
BERTOLINI: (Con un filo di voce) Io stevo perdenno 'a vita!
FERDINANDO: E l'he 'a perdere... He  'a perdere 'a vita. Tu vuo' 'o biglietto e io t' 'o dongo 'o biglietto... (Fruga in una tasca e tira fuori il biglietto) 'o 'i' ccanno 'o biglietto... (Rivolgendosi al quadro del padre) Io ce 'o dongo. Però si 'e sorde nun le spettano, si 'o suonno era 'o mio, tu staie o munno 'a verità... Nun se n'adda vedé bene... L'he 'a fà passà quattro milioni di guai... Ogni soldo na disgrazia, comprese malattie insignificanti, malattie mortali, rotture e perdite di arti superiori e inferiori, peste e culera, friddo e miseria, scaienza e famma dint' 'a casa 'e Bertolini fino a settima generazione...(A Bertolini) Tècchete 'o biglietto...(Glielo dà. Bertolini infila la porta seguito da tutti. Ferdinando, rimasto solo, verso il quadro) Papà... Mi raccomando... (Entra a destra).


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L'Italia e' un paese di uomini e donne che non sanno invecchiare. Non sanno vedere invecchiare le proprie idee. Non si rassegnano al ridicolo che esse inevitabilmente montano e suscitano col tempo, nel tempo. Non sanno guardare dietro le quinte delle proprie sensazioni e dei propri modelli, non sanno oscillare e permangono sul loro scranno incartapecorito.
Invecchia Dario Fo, ormai al limite della demenza senile. Invecchia Scalfari, che scrive fiumi di editoriali per schermare il suo debole corpo dalle insidie del tempo. Invecchia Santoro, che vuole incastonare il tempo nell'alveo del suo invitto narcisismo. Invecchiano - oggi tendo a pensare - perche' non sanno disfarsi delle loro idee. Non sanno fare a meno di cio' che li ha guidati sino ad oggi.

Io non so quanti altri errori riusciro' a compiere. In passato ne ho fatti. Sono contento di essere parzialmente inchiodato a pagarne il conto. Voglio provare e sbagliare, ma voglio soprattutto allenarmi a non piangere troppo per le mie idee del passato. A non deprimermi troppo all'idea che dovro' lavorare molto piu' di quanto avrei creduto dieci anni fa. Voglio imparare a saper invecchiare, a non dimenticare l'indole assurda della natura.


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Come mi mostro' un giorno, molti anni fa, Emilio Echevarría, mentre impersonava El Chivo nell'ultimo episodio di Amores perros, il film di Iñárritu. Un uomo che aveva abbandonato moglie e figlia per cambiare in qualche modo il mondo, con la mano armata. Finito in prigione, poi divenuto killer seriale, vive da barbone in mezzo ai cani, in sprezzo al mondo. E per campare ammazza. E che un giorno trova un cane lottatore, di quelli che vincevano gli incontri clandestini tra animali; un cane che gli sbrana tutti i cani che ha. Lui vuole vendicarsi, carica la pistola, gliela punta sul cranio, e' pronto a spappolare un altro cervello. Ma poi decide di mutare chiave, da la bemolle a sol maggiore. Per una volta vuole provare il brivido di cambiare idea e non uccidere. E vedere dove lo portera' la strada che senza requie gli si dipanera' davanti. E chiedere scusa a chi ha sofferto. E continuare per un altro cammino.




Vorrei invecchiare cosi'.
Imparando l'amore.
Imparando a meritare la democrazia.


venerdì 8 febbraio 2013

Non rassegnato a cio' cui e' piu affezionato

"Se c'e' una ragione per raccontare Galileo oggi in questo paese e' questa: e' quello che fa Galileo dopo l'abiura. Tra i 70 e gli 80. Sputtanato. Perche' dimostra a un paese di vecchi e di tanti sputtanati cosa possono fare i vecchi e gli sputtanati se non vanno in crociera. Perche' Galileo non si fa mettere in pensione di testa da nessuno.
Chiudo le parentesi che ho lasciate aperte. Si rimette a lavorare. Su certe cose cambia idea, su altre no. Certe cose son giuste, altre no. Lo pubblica a 78 anni, 'Discorso sopra due nuove scienze', ed e' un libro di una freschezza straordinaria. Qualcuno dice: quello e' il libro pericoloso.
L'ha fatta grossa. Ha ridimensionato la verita'. Ha dato diginta' al dubbio. Ha tolto l'errore dalla sfera del diavolo per ridarlo all'umano. Sara' vecchio questo modo di pensare. Noi ridiamo, di quello che credevano, vero? La terra fissa in centro! Il sole gira intorno! Vero? Le idee, quando scadono, dopo fan sempre ridere. Dopo. Dunque, prima o poi le nostre qualcuno fara' ridere. E' che ti dimentichi, mentre le hai, che son precarie. Ti ci affezioni. Si irrigidisce. Si insterilisce. Lo pensan tanti, e' consolante stare nella media. La scienza non e' democratica, e nella media non sta la virtus come ogni cosa in questo tempo.
Cambiare idea puo' essere rivoluzionario. Essere un bel modo di immaginare da un 25 Aprile un paese non rassegnato a quello a cui e' piu affezionato. Ogni tanto le idee invecchiano. E ti accorgi che non bastano per il futuro. La chiaman crisi. Che si fa? O eserciti un ragionevole dubbio su quello che pensavi, o ti affidi ai maghi."


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Le prossime elezioni sono uno spartiacque quasi metafisico. O e' l'appuntamento nel quale ciascun elettore entra nella cabina, apre la scheda e, apponendo il segno, sottoscrive la dichiarazione di parziale fallimento delle proprie idee. O non sara' niente. Sara' tempo buttato. Sara' tempo buono per altri fallimenti che detonano costantemente in modo sfasato, in luoghi diversi, ma hanno una miccia comune. Oggi la chiamano crisi perche' le idee che abbiamo non bastano per il futuro, costruiscono una strada non sufficientemente lunga ad attraversare il guado, eppure ci sono care. Eppure sono quelle cui siamo abituati. Non abbiamo le risposte, ma abbiamo difeso quelle inadeguate o sbagliate che abbiamo a disposizione, solo per inerzia.

Abbiamo fallito.
Abbiamo calibrato i nostri sogni con grande imperizia, li abbiamo inseguiti su mezzi ancor piu' sgangherati. Ci siamo deliberatamente disinteressati della realta', o la abbiamo affrontata con strumenti inadeguati. E, in moltissimi casi, stiamo rifacendo in tondo lo stesso cammino da decenni e decenni.
Abbiamo fallito. Prendiamone atto.

Il padre della scienza moderna, il cui metodo mi glorio di aver conosciuto, scrisse il suo piu' grande libro a settantotto anni. Era solo. Emarginato. Sputtanato. Ma in pensione non volle andarci. Non pote' rassegnarsi a divenire ininfluente. E non perche' fosse un genio, ma perche' aveva un temperamento dettato da una passione. La passione di capire cosa, di cio' che egli stesso aveva prodotto, fosse da emendare. Cosa si potesse migliorare.

Un solenne esame di coscienza collettivo ed individuale che serva a capire dove, quanto e come possiamo muoverci.

martedì 22 gennaio 2013

Pronti alle urne


Credo che in fondo il motivo dell'esistenza di questo blog sia la possibilita' di ottenere, ad un prezzo ragionevole, uno specchio sufficientemente fedele di me stesso.

A meta' dell'Aprile 2008, poco meno di cinque anni fa, la mia vita appariva completamente diversa da quella attuale. Diversa - dalle caratteristiche fondamentali cosi' lontane da quella odierna, che quella di un tempo quasi non sembra piu' la mia, se non fosse per quello strano io narrante che unifica sui binari di un racconto, e che forse rimane veramente il mistero dell'uomo.

Erano appena finite le elezioni politiche, ed io scrivevo questo. Mia moglie era incinta del primo di quelli che sarebbero diventati i nostri tre figli. Vivevamo a Napoli, nella casa che avevamo comprato tre anni prima, appena sposati. Nessuno dei due aveva mai messo piede fuori dall'Italia se non per gioco o per curiosita'. Quelle elezioni si incastrarono, quasi per una perversa ironia della sorte, proprio con le tre valige che stavo preparando per l'Irlanda, la nostra prima meta all'estero. Ricordo quelli come alcuni tra i giorni piu' meravigliosi e controversi della mia vita, nei quali tutto sembrava avere l'ansia di ricominciare. Quanto di piu' vicino ad una palingenesi io abbia mai sperimentato nella mia esistenza. Un torace costantemente gonfio a prepararmi ad una ondata violenta di nuovi corsi di vita cui non mi sarei sottratto, anzi che attendevo con curiosita' ed una costante attenzione. Ed un pizzico di incoscienza. Oggi sorrido rileggendo quelle righe. Di sicuro mi ricordo che ero follemente adirato con il mondo, volevo riuscire a poter scoppiare. Volevo dare uno sfogo concreto alla rabbia di dover piegare la testa dove non avrei voluto. Soprattutto volevo dare un po' di soddisfazione alla mia curiosita'.

Un po' mi commuove rileggere che mia moglie, mentre redigevo quel post, si trovasse distesa sul letto, in preda ad una miscela di ormoni pre-parto e ansia per una vita che stava cambiando all'improvviso, inaspettatamente. Il timore di cambiare troppo in fretta, il coraggio di farlo. Mi commuove se penso a quanta perseveranza e dedizione ci abbia messo in seguito, e come mi sia stata - a tratti inconsapevolmente - guida preziosissima. Le donne che si affidano al loro sesto senso non solo guardano i fuochi notturni delle terre lontane, ma hanno l'umanita' di mostrare la rotta alle navi che annegano nei mari notturni.

Allora tirai la mia invettiva contro chi aveva evitato di votare. Una scelta che non condivisi all'epoca, e che all'epoca quasi mi rese folle d'ira. Ricordo la mia testa schiumare fino a perdere le cognizioni minime, a richiedere una tabula rasa. Allora io votai, e vidi tutta la mia gente votarmi contro. Vidi spalancarsi le porte di una crisi sociale ed umana oltre ogni immaginazione. Di certo oltre quella di cui io ero capace. Una crisi che travolgeva ogni mio rapporto privato, dalla quale non sapevo prescindere, fosse anche per un semplice "buonasera" rivolto fugace ad un conoscente, che sapevo o sospettavo fosse caduto nel fronte avverso. La mia voglia di vendetta era impietosa. Era giovane.

Ma di quel me stesso non rinnego nulla. Non allontano sdegnoso nessun pensiero. Di quel me stesso mi sono serviti, ogni giorno che e' passato in terra, la volonta' di dare concretezza e sostanza al mio sdegno. La perentorieta' nella ricerca della strada che mi portasse ad allargare un orizzonte, a cercare altre spiegazioni. Quei denti di Zoe, il cane che trovai nel cassonetto fracassato fuori casa, che pochi giorni prima aveva chiamato aiuto per non morire nel tritarifiuti e che oggi vive di bagordi in casa di mia suocera - aveva mostrato i denti, e mi chiedeva di fare altrettanto.

Soprattutto una cosa mi ha condotto in questi anni passati tra le coste oceaniche e i laghi teutonici. Un aspetto del mio carattere che non traspare in quel post, ma che non mi ha mai abbandonato. La certezza dell'esistenza di un enorme ed inesplorato margine di miglioramento in ciascuna disciplina, in ogni branca, in ogni sezione comunque piccola o vasta del mondo. Mostrare i denti per misurare e definire le distanze, che servano, prima ancora che per allontanare, soprattutto a mostrare quanta strada ci sia ancora da fare, quanta salita da percorrere.

I figli sono oggi un prolungamento enorme di questa strada. L'incarnazione del mio limite, dell'ineluttabile sponda che non potro' mai avvicinare e, paradossalmente, la prova incontrovertibile della possibilita' di lanciarsi ancora in altri territori sconosciuti. La consapevolezza di non essere nessuno, e il calore che si sente ad essere umili ma appassionati contribuenti al gioco. "Solo i pazzi vogliono essere qualcuno".

Umilta' e passione miscelati danno, molto spesso, il sogno. Forse, allora, ero cosi' arrabbiato perche' pensavo che nulla potesse piu' avverarsi. O meglio lo temevo, e volevo fuggire. Oggi non sono piu' cosi' arrabbiato. Alla maggioranza dei miei concittadini riservo sempre il medesimo disprezzo, ma di una qualita' diversa. Piu' vicina alla pieta' che sa provocare quanto sia evidentemente inutile, un pigolio impercettibile in una enorme sala da concerto. Tra le lezioni che ho imparato quello che ho battezzato come il mio personale "Postulato sulla mobilita' umana" e' tra le piu' fondamentali: se vuoi camminare, basta che tu cammini. Il resto e' tutto parte di cio' che compone l'immane mosaico della nostra letteratura, lo scrigno segreto della nostra comune umanita': la misura del nostro passato, con il quale tutti faremo costantemente i conti.

Era l'aprile 2008. Ero residente in Italia. Votai, sapendo di perdere e di partire via dall'Italia pochi giorni dopo. Non me ne lavai le mani e con orgoglio rivendico la scelta di non essermele mai lavate. Rivendico la mia convinzione, nata e cresciuta sui libri di scuola, di partecipare sempre. Di essere parte di seppure piccole lotte sotterranee che vedranno luce e vita nei decenni a venire. L'umilta' di comporre un strada senza l'arroganza di volere necessariamente vederne la fine. Rivendico con orgoglio il non avere, neppure allora, ceduto ad assurdi pifferai magici. Anche allora credevo nella democrazia, nel talento delle persone, nello stato sociale, nella solidarieta' tra gli uomini e le donne, nei diritti salvaguardati per le minoranze, nella difesa dei Rom, nella liberalizzazione di tutte le droghe, nella ricerca scientifica aperta ad ogni ambito, nella fecondazione assistita, nelle forme alternative e nuove di matrimonio tra omosessuali e nella possibilita' per queste nuove famiglie di adottare figli. Anche allora sapevo di non avere tutte le risposte, ma credevo nella necessita' di creare spazi che potessero lasciare al domani, a chi e' piu' creativo di me - oggi direi ai miei figli - la possibilita' di ridefinire un modello culturale che e' moribondo. In un continente che e' in declino. E che puo' anche morire, come tutto muore in questo mondo. Ma che puo' morire solo lentamente e con la cura di chi abbia letto i suoi autori, ascoltato i suoi compositori, conosciuto i suoi architetti, letto i libri dei suoi scienziati.

Anche allora votai per il PD. Il partito che ho piu' osteggiato e criticato negli ultimi anni. Ma anche l'unico che sia un partito - che credo ancora necessario, come entita' - con una storia alle spalle. Che si chiama Sinistra. La storia scritta dai partigiani, dai lavoratori di questo mondo, da quanti hanno tramato contro i sovrani, hanno scritto le enciclopedie per liberare le masse ignare, hanno scagionato le donne dall'onta della loro stessa esistenza, hanno difeso il primato della conoscenza e dell'istruzione. All'epoca pensavo che tale storia quel partito la portasse avanti colpevolmente male. Oggi lo credo ancora. In parte. In altra parte, per quel postulato sulla mobilita' umana che ho imparato per la strada, credo che quella tradizione sia oggi svilita perche' svilita' e' in gran parte la societa' italiana. E di quello svilimento ho visto traccia anche in me stesso, in quell'io narrante che scrive oggi e scriveva allora. Oggi so, meglio di ieri, che il margine di miglioramento e' enorme e costante, e che dal riconoscerlo dipende la nostra capacita' di sognare e di vivere. La ragione per non invecchiare. O, se vogliamo, la ragione per non spararsi un colpo in testa.

Bimbi, alle urne!

giovedì 10 gennaio 2013

Memorie dal sottosuolo



Il segreto più potente che Napoli custodisce non dorme in nessuno dei suoi infiniti panorami. Dove la luce si presta alla vista di tutti, come una facile troia di regime. Esso vive di fatto nascosto, strisciante, quasi seguendo il celebre ed oscuro precetto di Epicuro, Lathe biōsas.
Esso tiene in sè, in modo autoconsistente, l'unica gigantesca verità che questa città sappia veramente insegnare, universale e fuori dai propri confini come tutti i grandi temi dell'esistenza degli uomini. Ed è il metodo scelto, sapientemente, nel corso delle più ferali malattie e drammatiche pestilenze insediatesi nei secoli, per raccontare, in una miscela di grottesco e quasi sacrilego, la morte. Poche città al mondo sanno iniziare gli uomini e le donne alle memorie del sottosuolo come Napoli, dove centinaia di migliaia e forse milioni di teschi e tibie e femori si incastrano in meticolose biblioteche di ossa, in cave di tufo - la pietra cava dei quartieri più secolari, e per ciò stesso quasi un inno alla inutilità.


Il centro storico di Napoli è una teoria dell'oltretomba che non si compie, di esseri per metà uomini e per metà mostri, di storie che si svolgono e rimangono perennemente inconcluse sui limiti estremi e mai traversati dell'esistenza; un dedalo di vie senza uscita, intrichi fatiscenti, che trasudano umori di ogni origine e di ogni tipo, e frasi spezzate, colonne smozzicate, inni alla memoria di ciò che da millenni non si riesce a raccontare. Un altare dell'indecifrabile, un inno al non detto.
Nei fiumi di liquami, nella lava di calcare umano tirata giù dalle pioggie torrenziali, infiltrata negli ipogei delle chiese sconsacrate vissute sui templi gentili, c'è l'ironica ed enorme allegoria della morte. Possiamo - e dobbiamo - spogliare gli altari, quasi come una missione, ma non possiamo evitare di chiederci perchè si viva e perchè si muoia. Dobbiamo portare il peso di queste domande con ironica certezza.


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Commessa: Ha paura dell'acqua... ma è un bambino forte, supera tutte le mie crisi. Tu che facevi quando avevi la mia età? Cioè, oltre a suonare che facevi?
Cheyenne: Tiravo eroina.
Commessa: Niente siringhe vuoi dire?
Cheyenne: Ho paura degli aghi.
Commessa: La paura ti salva, ti salva sempre.
Cheyenne: Ti salva sempre. Anche se bisogna scegliere una volta nella vita, anche solo una, in cui non avere paura.
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La vera scuola che si presenta sul selciato della città in cui sono nato è quella che insegna a parlare con la paura. A toccare ciò che ci repelle, ad infilarci in ciò che ci atterrisce. Rendersi fratelli e sorelle di anime senza nome, visitare i luoghi liminari, le ferite che piagano da anni. Gli uomini e le donne del mondo di sopra, che urlano con fare banalmente volgare l'amore per questo inutile pezzo di terra, usano questa condotta paziente per abituarsi ad ogni sorta di sopruso. Per celebrare la loro paura. Ma gli uomini e le donne del mondo di sotto, la adoperano per creare un ponte con quanto ci è ignoto e ci immobilizza. Un ponte sul quale inviare la nostra curiosità come messo di pace.
Un ponte dal quale avere il privilegio di iniziare a chiedersi chi siamo.