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lunedì 19 marzo 2012
domenica 18 marzo 2012
Lingua ed identita'
"Se vuoi conoscere un popolo, conosci la sua lingua"
La frase non fa una piega, e per questi ed altri ovvi motivi impieghero' decine di anni a conoscere la Germania. Nel frattempo, cosa saremmo senza libri?
Diego Marani (autore, tra l'altro della lingua artificiale europanto) scrive un romanzo dal titolo Nuova grammatica finlandese. Dieci anni fa. Oggi e' un best seller in inghilterra. Vengo a saperlo da Twitter (quello che secondo Michele Serra fa schifo. Ma dell'inutilita' della sedicente intelligenzia di sinistra italiana non ho davvero tempo di parlare). Il libro parla della lingua, dell'identita' che essa esprime e del suo smarrimento, e prende a prestito il finlandese per mettere su' il proprio gioco letterario. Il motivo della scelta di questa lingua e' nella sua assoluta peculiarita': un idioma che sembra piovuto da un altro mondo, che accomuna, nella classe delle lingue uraliche - assurdamente - finlandesi, ungheresi ed estoni. "Una lingua che si puo' solo cantare" qualcuno dice.
La caratteristica del finlandese e' la sua natura agglutinante. Non sono un tecnico, ma il concetto e' che e' fortemente presente l'uso del suffisso e delle declinazioni invece delle nostre preposizioni. Il finlandese pare avere addirittura quindici casi. Tra i quali, quello che davvero mi lascia sconvolto, e' l'abessivo - un caso il cui nome e' una rievocazione delle dissertazioni ontologiche di Parmenide. L'abessivo indicherebbe l'assenza: kirja e' il libro, kirjatta e' senza il libro. E cosi' mi sono divertito ad interrogare Jari, il mio collega finlandese. Che sembrava soprattutto sopreso dalla mia eccitazione a riguardo. Tra parentesi, pare che il finlandese abbia la piu' lunga parola palindroma del mondo; qualcosa come saippuakauppias, che significa venditore di sapone. Incredibile.
Sempre per caso, mi imbatto oggi in due articoli molto interessanti su linguaggio e bilinguismo. Il primo, del NYT, mostra alcuni vantaggi del bilinguismo venuti fuori da recenti ricerche di universita' italiane e statunitensi: oltre alla gia' nota maggiore facilta' nella gestione dei conflitti interni al ragionamento, i bilingui si accorgono dei mutamenti di contesto piu' velocemente, e ne riconoscono le strutture senza apparente sforzo. Tanto da far concludere all'autore:
Trovo interessante la chiosa dell'articolo.
Cosa saremmo, dunque, senza libri? Cosa saremmo senza le lingue e il loro mirabile ascolto? Il lessico che sprigiona la potenza di millenni di storia, e la storia di ciascuno di noi?
La frase non fa una piega, e per questi ed altri ovvi motivi impieghero' decine di anni a conoscere la Germania. Nel frattempo, cosa saremmo senza libri?
Diego Marani (autore, tra l'altro della lingua artificiale europanto) scrive un romanzo dal titolo Nuova grammatica finlandese. Dieci anni fa. Oggi e' un best seller in inghilterra. Vengo a saperlo da Twitter (quello che secondo Michele Serra fa schifo. Ma dell'inutilita' della sedicente intelligenzia di sinistra italiana non ho davvero tempo di parlare). Il libro parla della lingua, dell'identita' che essa esprime e del suo smarrimento, e prende a prestito il finlandese per mettere su' il proprio gioco letterario. Il motivo della scelta di questa lingua e' nella sua assoluta peculiarita': un idioma che sembra piovuto da un altro mondo, che accomuna, nella classe delle lingue uraliche - assurdamente - finlandesi, ungheresi ed estoni. "Una lingua che si puo' solo cantare" qualcuno dice.
La caratteristica del finlandese e' la sua natura agglutinante. Non sono un tecnico, ma il concetto e' che e' fortemente presente l'uso del suffisso e delle declinazioni invece delle nostre preposizioni. Il finlandese pare avere addirittura quindici casi. Tra i quali, quello che davvero mi lascia sconvolto, e' l'abessivo - un caso il cui nome e' una rievocazione delle dissertazioni ontologiche di Parmenide. L'abessivo indicherebbe l'assenza: kirja e' il libro, kirjatta e' senza il libro. E cosi' mi sono divertito ad interrogare Jari, il mio collega finlandese. Che sembrava soprattutto sopreso dalla mia eccitazione a riguardo. Tra parentesi, pare che il finlandese abbia la piu' lunga parola palindroma del mondo; qualcosa come saippuakauppias, che significa venditore di sapone. Incredibile.
Sempre per caso, mi imbatto oggi in due articoli molto interessanti su linguaggio e bilinguismo. Il primo, del NYT, mostra alcuni vantaggi del bilinguismo venuti fuori da recenti ricerche di universita' italiane e statunitensi: oltre alla gia' nota maggiore facilta' nella gestione dei conflitti interni al ragionamento, i bilingui si accorgono dei mutamenti di contesto piu' velocemente, e ne riconoscono le strutture senza apparente sforzo. Tanto da far concludere all'autore:
"Nessuno ha mai dubitato del potere del linguaggio. Ma chi avrebbe immaginato che le parole che ascoltiamo e le frasi che pronunciamo potessero avere in noi un cosi' profondo impatto?"Ancora piu' evocativo e' questo secondo articolo del Guardian. Si discute del fatto che le popolazioni che usano lingue che non prevedono il tempo futuro (come, ad esempio, il tedesco, che usa l'indicativo presente, od il cinese) siano maggiormente abituate a pensare al presente come a un tempo che contenga gia', in parte ed in potenza, i presupposti affinche' il futuro si realizzi. Questo spiegherebbe, ad esempio, la maggiore tendenza al risparmio di queste popolazioni e la minore propensione al "paghero'"- il gioco, ovviamente, e' in parte falsato dal fatto che forse e' l'indole di un popolo a forgiare la propria lingua, e non viceversa.
Trovo interessante la chiosa dell'articolo.
"Mi colpisce come il mio senso del "me stesso presente" si estenda, specificatamente, per circa otto anni. Il me stesso a 43 anni e' semplicemente il me stesso a 36, con un ginocchio piu' debole; ma il mio me stesso a 50 anni e' un capitolo completamente a parte (nella mia mente, stranamente, e' meno calvo). Poi, ancora, penso al me stesso tra una settimana come diverso da quello attuale. Molti trucchi - come l'uso del presente al posto del futuro - si basano sul modo in cui manipoliamo le relazioni tra questi "noi stessi". Ma avremmo forse bisogno di trucchi se riuscissimo a sentire che tutti questi noi stessi sono un unico "me stesso"? Nel suo libro, il psicoterapeuta Irving Yalom suggerisce che e' esattamente cio' di cui abbiamo bisogno per riconciliare noi stessi con il grande evento: la morte."Ho trovato questo articolo illuminante, nel senso stretto del termine. Da' luce ad una zona d'ombra della nostra coscienza: il fatto che la gestione e la manipolazione della lingue, dei sintagmi, dei morfemi, dei modi e dei tempi, sia un tentativo di riconciliarci con gli innumerevoli noi stessi che sentiamo di essere, sparsi nel tempo. La lingua tenta di ricostruire una memoria collettiva di noi stessi, qualcosa che possa essere un comune denominatore per tutti questi esseri che si sono trovati, per caso, ad essere il medesimo "me stesso". in tempi diversi. Finche' solo la morte, come evento comune a ciascuno di essi, li riconcilia.
Cosa saremmo, dunque, senza libri? Cosa saremmo senza le lingue e il loro mirabile ascolto? Il lessico che sprigiona la potenza di millenni di storia, e la storia di ciascuno di noi?
"Tutte le parole belle di questo mondo andrebbero declinate all'abessivo!"
giovedì 15 marzo 2012
La fine. E l'inizio.
L'immagine in questa foto mi commuove.
E' Raphael, il figlio di una cara amica della nostra famiglia - nato a Londra da genitori napoletani e canadesi, e completamente poliglotta - che guarda la partita Chelsea-Napoli. A Montreal. Con sei ore di fuso orario.
Ieri, al telefono, ho raggiunto amici tifosi ovunque. In Irlanda, in Francia, in Italia. Ed in Canada. Il privilegio di essere sparsi e confusi nel mondo, miscelati, e legati solo da una passione. Non conta l'origine, non conta neppure piu' l'idioma. Non contano le radici. Conta quanto vogliamo gettarci in questo meraviglioso inferno per conoscere chi siamo, attraverso uno sport. Il Napoli ha concluso la sua marcia. Ma e' stata una marcia splendida. C'e' il dolore. Ma non si puo' fare a meno di ringraziare.
Questo e' il mio ultimo articolo per questa stagione di Champions.
E' Raphael, il figlio di una cara amica della nostra famiglia - nato a Londra da genitori napoletani e canadesi, e completamente poliglotta - che guarda la partita Chelsea-Napoli. A Montreal. Con sei ore di fuso orario.
Ieri, al telefono, ho raggiunto amici tifosi ovunque. In Irlanda, in Francia, in Italia. Ed in Canada. Il privilegio di essere sparsi e confusi nel mondo, miscelati, e legati solo da una passione. Non conta l'origine, non conta neppure piu' l'idioma. Non contano le radici. Conta quanto vogliamo gettarci in questo meraviglioso inferno per conoscere chi siamo, attraverso uno sport. Il Napoli ha concluso la sua marcia. Ma e' stata una marcia splendida. C'e' il dolore. Ma non si puo' fare a meno di ringraziare.
Questo e' il mio ultimo articolo per questa stagione di Champions.
domenica 11 marzo 2012
La Sinistra
Finalmente, a mio avviso, qualcuno ha scritto quello che andava scritto tempo fa e che, nel caos del nostro paese, e'andato completamente stravolto: il movimento NoTav - in tutte le sue diverse declinazioni ed incarnazioni, lungo il territorio della penisola - e' strutturalmente e per definizione, di destra. Come di destra sono Beppe Grillo, il movimento dei Forconi, e gli attivisti contro la globalizzazione. Centinaia di anni di tradizione storica non si scrivono su di un blog. O non si cancellano in due mesi. Si puo' - e forse si deve - avere l'ambizione di cambiare lo status quo. Ma almeno si deve studiare la storia, per evitare di scalzare un pericolo e lasciare la cosa pubblica in mano a dei nuovi saltimbanchi.
La sinistra, carissimi tutti, e' la follia di chi punta a sovvertire gli ordini attraverso scintille che provengono dal futuro. Una meravigliosa parola: futuro. Ed il futuro e' di chi ha studiato la storia. Purtroppo il termine progressista - che deriva da progresso - in Italia e' stato rubato da D'Alema. Ma, originariamente, la sinistra e' stata la parte d'umanita' pronta a sperimentare, aperta alla ricerca, alla tecnologia, ai mutamenti, ai cambiamenti scientifici, sociali, politici, comunitari. Ancora oggi, nel paradosso politico italiano, non esiste partito politico che, piu' del PD, abbia un meccanismo cosi' autolesionistico, eppure cosi' modernamente aperto alla societa' civile, come le primarie. Nonostante sia proprio il popolo di "sinistra" a deriderlo. E questo va riconosciuto. Le primarie sono una potente arma di prostituzione sociale, l'unica via per modificare nella storia un partito (malato, come il PD), evitando di scrivere le regole e dettare il bene e il male attraverso un blog, come fa Beppe Grillo.
Mi sono sentito meno solo leggendo questa intervista di una minoranza di Sel - cosa che non evita di procurarmi una certa inquietudine interiore.
La sinistra, carissimi tutti, e' la follia di chi punta a sovvertire gli ordini attraverso scintille che provengono dal futuro. Una meravigliosa parola: futuro. Ed il futuro e' di chi ha studiato la storia. Purtroppo il termine progressista - che deriva da progresso - in Italia e' stato rubato da D'Alema. Ma, originariamente, la sinistra e' stata la parte d'umanita' pronta a sperimentare, aperta alla ricerca, alla tecnologia, ai mutamenti, ai cambiamenti scientifici, sociali, politici, comunitari. Ancora oggi, nel paradosso politico italiano, non esiste partito politico che, piu' del PD, abbia un meccanismo cosi' autolesionistico, eppure cosi' modernamente aperto alla societa' civile, come le primarie. Nonostante sia proprio il popolo di "sinistra" a deriderlo. E questo va riconosciuto. Le primarie sono una potente arma di prostituzione sociale, l'unica via per modificare nella storia un partito (malato, come il PD), evitando di scrivere le regole e dettare il bene e il male attraverso un blog, come fa Beppe Grillo.
Mi sono sentito meno solo leggendo questa intervista di una minoranza di Sel - cosa che non evita di procurarmi una certa inquietudine interiore.
«L’esproprio per pubblica utilità è un concetto in cui le forze progressiste hanno creduto per limitare la sovranità del “dominus” di fronte ad interessi generali. Nelle parole d’ordine dei No Tav c’è qualcosa che non fa parte della nostra storia La difesa ad oltranza della proprietà privata, anche se strumentale come in questo caso, favorisce l’affermazione di un concetto che impedirebbe, in avvenire, qualsiasi scelta di difesa degli interessi generali. Anche la costruzione di una scuola o di un ospedale sarebbero a rischio di fronte agli interessi dei singoli, soprattutto se numerosi e ben organizzati. Una forza di sinistra dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze del diffondersi di queste forme di lotta».
Non avrei saputo dire meglio. Il Partito Socialista di Craxi, aldila' di quanto questo nome evoca di legittimamente fosco, derivava il suo moto civile da Pierre-Joseph Proudhon, un monumento del socialismo e dell'anarchismo mondiale, che dichiarava che la proprieta' privata era un furto. La crisi di oggi, come tutte le singolarita' di un sistema, ci mostra quanto quel concetto sia un assioma nascosto della nostra vita civile: non possiamo (o non sappiamo) fare a meno della proprieta' privata, ma dobbiamo convivere con la paradossale idea che essa sia, a tutti gli effetti, una incongruenza della societa' civile; per cui ciascuno deve sfozarsi di vivere ed elaborare questo paradosso nella propria vita. Non esiste alcuna valle della quale alcun uomo possa dire "e' mia"; cosi' come e' di tua proprieta' una casa, o un terreno, solo finche' la comunita' non abbia bisogno di quella casa o quel terreno per scagionare il progresso e rendere migliore la vita di tutti. Cari signori, questa e' la sinistra.
Io rifiuto di accettare che la gloriosa storia del socialismo mondiale venga oggi riscritta dai NoTav o dal Movimento 5 Stelle - un agglomerato di uomini e donne il cui simbolo culturale, oggi, a Napoli, e' una persona che per lavoro fa il chiropratico. Io conosco la fatica e la forza della ricerca scientifica - delle TAC, delle PET, dei materiali superconduttivi, dei pannelli fotovoltaici. Del sudore di quelli che scrivono le equazioni differenziali e devono trovare le notti e i giorni che portino consiglio per risolverle. Io credo nella scienza e nel suo progresso, ed in queste persone che fanno lo sporco lavoro di portare a noi tutti la conoscenza della struttura della materia, e so che la sinistra vera difende quella strada e quella scintilla di vita.
Io non ho mai conosciuto una sinistra che si oppone ad un treno. E, con tutto il rispetto per il suo lavoro, non sara' certo Travaglio a farmi cambiare idea.
martedì 6 marzo 2012
Fumano
Non ho intenzione di discutere sul finto-problema italiano del Tav-NoTav. Voglio portare solo una testimonianza riguardo la salvaguardia dell'ambiente. Che anche io ho a cuore, facendone parte e non essendo uno speculatore. Quella in foto e' la centrale elettrica di Lichterfelde, a pochi metri da casa. E', al momento proprieta' della Vattenfall (qui la storia) che, visto il costo delle bollette, tutto e' tranne che una ONG senza scopo di lucro.
La centrale, con una potenza di 2x230MW, serve una zona enorme nel sud di Berlino, e sorge a poche centinaia di metri da casa nostra, dove vivo con moglie e due bambine. Quando fu costruita, negli anni '70, la centrale andava tutta a petrolio. Oggi in parte e' stata riconvertita a gas naturale, ma d'inverno - quando fanno -20C - la centrale funziona al 70% con derivati dell'oro nero. Ergo: nel rispetto (ci si augura) dei controlli circa gli standard ecologici, e' inquinante.
Io preferirei fusti di alberi di mele. Anche perche' la centrale sorge su di un canale sella Spree, nel mezzo di una micro foresta. Ma oggi questo e' l'unico sviluppo sostenibile che conosca: usare lo stato dell'arte della tecnologia, ammodernare spesso, rivedere i progetti, controllare. Le societa' private faranno sempre i propri interessi, aderiranno sempre a lobby. Le istituzioni pubbliche dovranno far loro le pulci. Spesso le cose potranno andare male, ma piu' spesso questo sistema potra' creare un indotto positivo maggiore dei danni inevitabili. Come scavare un buco in una montagna: a meno che non si pensi che decine di livelli di istituzioni politiche e scientifiche, locali e sovranazionali, siano tutte colluse e al soldo della Vattenfall di turno - idea legittima, solo se poi si fanno le valilgie e si emigra quanto meno in un altro continente.
Berlino ha migliaia di alberi piantati (e numerati!) su una superficie tra le piu' grandi d'Europa. E decine di ciminiere altissime nel centro cittadino. Ai piedi di una di esse, nel bel mezzo del Mitte, sorge un asilo. Splendido. Chiunque sognerebbe di portare i figli in un parco quasi amazzonico, ma non si puo' ottenere questo e contemporaneamente usare 15 linee di metropolitana. Perche' la metropolitana e' affidabile e pulita, ma centinaia di treni succhiano energia come neanche il Daitarn III. Si deve trovare il compromesso che solo la scienza sa mostrare nella sua ragionevolezza. Se si va piu' su, in Europa, questi esempi sono piu' frequenti e ancora piu' estremi. E smantellano un modus vivendi tipicamente italiano - quello per il quale ci si puo' dimenticare che i problemi ineradicabili vanno perennemente gestiti.
Puo' accadere che io, un giorno, muoia di cancro. Mi incazzerei molto, lo preannuncio. E puo' accadere che a determinarlo possa essere stata questa centrale. O il cellulare con il quale lavoro tutti i giorni. Ma, se a me, come privato cittadino, sono stati messi a disposizione le informazioni necessarie a capire e gli strumenti sufficienti ad assumere le eventuali contromisure, non potro' lamentarmi (per quanto la cosa mi possa portare ad una umana e comprensibile disperazione). Perche', a meno che una societa', pubblica o privata, non mi ponga deliberatamente nell'ignoranza di quanto noto, non esiste dolo. Esistono solo cose ignote, che tali rimangono fino alla loro scoperta; o effetti collaterali riducibili ma inevitabili.
A Berlino non vivono gli alieni. Vivono esseri umano normali. Che in quegli anni hanno costruito (a mio avviso, a ragione) centrali nucleari (a differenza delle nostre zone, dove si e' mantenuto il verde intatto, salvo comprare l'energia necessaria a sopravvivere oltralpe) e che oggi quelle centrali le chiuderanno, perche' si puo' scommettere su altro. Certo, ci sara' il problema delle scorie. Ma dovete decidervi: o gestite le scorie, o smettete di comprare televisori al plasma per vedere tre partite la settimana.
La centrale, con una potenza di 2x230MW, serve una zona enorme nel sud di Berlino, e sorge a poche centinaia di metri da casa nostra, dove vivo con moglie e due bambine. Quando fu costruita, negli anni '70, la centrale andava tutta a petrolio. Oggi in parte e' stata riconvertita a gas naturale, ma d'inverno - quando fanno -20C - la centrale funziona al 70% con derivati dell'oro nero. Ergo: nel rispetto (ci si augura) dei controlli circa gli standard ecologici, e' inquinante.
Io preferirei fusti di alberi di mele. Anche perche' la centrale sorge su di un canale sella Spree, nel mezzo di una micro foresta. Ma oggi questo e' l'unico sviluppo sostenibile che conosca: usare lo stato dell'arte della tecnologia, ammodernare spesso, rivedere i progetti, controllare. Le societa' private faranno sempre i propri interessi, aderiranno sempre a lobby. Le istituzioni pubbliche dovranno far loro le pulci. Spesso le cose potranno andare male, ma piu' spesso questo sistema potra' creare un indotto positivo maggiore dei danni inevitabili. Come scavare un buco in una montagna: a meno che non si pensi che decine di livelli di istituzioni politiche e scientifiche, locali e sovranazionali, siano tutte colluse e al soldo della Vattenfall di turno - idea legittima, solo se poi si fanno le valilgie e si emigra quanto meno in un altro continente.
Berlino ha migliaia di alberi piantati (e numerati!) su una superficie tra le piu' grandi d'Europa. E decine di ciminiere altissime nel centro cittadino. Ai piedi di una di esse, nel bel mezzo del Mitte, sorge un asilo. Splendido. Chiunque sognerebbe di portare i figli in un parco quasi amazzonico, ma non si puo' ottenere questo e contemporaneamente usare 15 linee di metropolitana. Perche' la metropolitana e' affidabile e pulita, ma centinaia di treni succhiano energia come neanche il Daitarn III. Si deve trovare il compromesso che solo la scienza sa mostrare nella sua ragionevolezza. Se si va piu' su, in Europa, questi esempi sono piu' frequenti e ancora piu' estremi. E smantellano un modus vivendi tipicamente italiano - quello per il quale ci si puo' dimenticare che i problemi ineradicabili vanno perennemente gestiti.
Puo' accadere che io, un giorno, muoia di cancro. Mi incazzerei molto, lo preannuncio. E puo' accadere che a determinarlo possa essere stata questa centrale. O il cellulare con il quale lavoro tutti i giorni. Ma, se a me, come privato cittadino, sono stati messi a disposizione le informazioni necessarie a capire e gli strumenti sufficienti ad assumere le eventuali contromisure, non potro' lamentarmi (per quanto la cosa mi possa portare ad una umana e comprensibile disperazione). Perche', a meno che una societa', pubblica o privata, non mi ponga deliberatamente nell'ignoranza di quanto noto, non esiste dolo. Esistono solo cose ignote, che tali rimangono fino alla loro scoperta; o effetti collaterali riducibili ma inevitabili.
A Berlino non vivono gli alieni. Vivono esseri umano normali. Che in quegli anni hanno costruito (a mio avviso, a ragione) centrali nucleari (a differenza delle nostre zone, dove si e' mantenuto il verde intatto, salvo comprare l'energia necessaria a sopravvivere oltralpe) e che oggi quelle centrali le chiuderanno, perche' si puo' scommettere su altro. Certo, ci sara' il problema delle scorie. Ma dovete decidervi: o gestite le scorie, o smettete di comprare televisori al plasma per vedere tre partite la settimana.
domenica 4 marzo 2012
Shame - o Sul peccato originale
Il secondo film di Steve McQueen e' un'ode mirabile al dolore mai veramente definibile che ciascun essere umano cova al proprio interno come un seme, e la cui origine appare essere imperscrutabile, inavvicinabile, in qualche modo gettata troppo lontano nella notte dei tempi perche' la povera ricchezza delle parole possa riassumerlo. Questo dolore ineffabile il regista lo definisce in modo asciutto e potente con "vergogna", ma il film e' una complessa e meravigliosa destrutturazione di questa definizione. Il protagonista, con la sorella - quasi la sua nemesi - sembra girarvi attorno, come in un vortice (a tal proposito consiglio la sempre ottima recensione de Gli Spietati) lambendone le forme; le forme di una macchia indicibile che sembra schiantare gli essere umani senza un motivo, senza un principio. O forse in quel principio che gli antichi avevano chiamato, in modo misterioso ed evocativo, il peccato originale. Ecco, credo che Shame sia un film sul peccato originale.
"We are not bad people. We just come from a bad place" - "Non siamo cattivi. Veniamo solo da un brutto posto". Questo dira' la sorella Sissy (una spettacolare Carey Mulligan) al protagonista Brandon (fenomenale Michael Fassbender). Noi tutti ci perdiamo nella definizione di bene e di male, serbando dentro la paura di condividere un dolore che ci rende muti. Ma il punto e' comprendere che non siamo cattivi. Ci rende paradossali ed incomprensibili la nostra comune origine - "a bad place". Guardando la superba fotografia di questo film, m'e' parso di osservare una trasposizione filmica di queste vertiginose parole di Emile Cioran in "La caduta nel tempo":
"Se fossimo decaduti da un'innocenza completa, totale, insomma vera, la rimpiangeremmo con una tale veemenza che nulla potrebbe avere la meglio sul nostro desiderio di recuperarla; ma il veleno era gia' in noi dall'inizio, un male ancora indistinto che si sarebbe poi definito impadronendosi di noi e ci avrebbe segnati, caratterizzati per sempre. Quei momenti in cui una negativita' essenziale presiede ai nostri atti e ai nostri pensieri, in cui l'avvenire e' gia' estinto prima ancora di nascere, in cui un sangue devastato ci infligge la certezza di un universo dai misteri ormai spoetizzati, folle di anemia, accasciato su se stesso, e in cui tutto si risolve in un sospiro spettrale, replica a millenni di prove inutili; non saranno, questi momenti, il prolungarsi e l'aggravarsi di quel malessere iniziale senza il quale la storia non sarebbe stata possibile, e neanche concepibile, poiche', proprio come la storia, quel malessere e' fatto di intolleranza alla pur minima forma di beatitudine durevole?"
giovedì 1 marzo 2012
Metamorfosi
"In nova fert animus mutatas dicere formas corpora"
L'animo di Ovidio, il suo moto interiore, il suo estro d'artista, lo condussero un paio di millenni fa a cantare i modi e le cause alla base delle trasformazioni dei corpi in nuovi corpi; il loro mutare assumendo nuove forme. A tal punto ne fu affascinato, il poeta, da scriverne un capolavoro: Le Metamorfosi. Il canto della trasfigurazione.
Gli scorsi dieci giorni a Napoli sono stati per me il primo vero ritorno. Ed ogni vero ritorno chiama un vero allontamanento. Per la prima volta, da quasi quattro anni, e dopo piu' di un anno di assenza, ho rimesso piede nel luogo dove sono nato senza l'ansia di dover dimostrare cosa sono a me stesso e agli altri. Senza la voglia frustrata di spiegare dove vado e perche'. Ho sentito, qualche ora prima di scendere da quell'aereo, che io non ho in realta' nessuna voglia di spiegare e dipanare la mia storia. Non e' piu' tempo di costruire dei motivi e presentarli al pubblico. Perche' io amo, al contrario, intricare, intrecciare, inciampare. Chiedo solo la liberta' a me stesso di farlo in tranquillita' e potendo riderne spesso, se necessario. Quando mi va.
Come ho fatto, ad esempio, camminando per le mie strade con i capelli raccolti in un tuppo da popolana d'altri tempi, con il mio anello di metallo che passo tra pollice e indice. In vestiti che un giorno mi avrebbero fatto venire un attacco di diarrea nervosa per lo scuorno (il "rompersi le corna", smarrendo la considerazione di se'), e che oggi mi scivolano addosso come la pioggia del ritorno a casa. Toccando il suolo come lo avrebbe toccato un ospite - perche' bisogna lavorare molto per sentire il privilegio di essere ospite in casa propria; bisogna lavorare per trovare la serenita' adatta a capire che non esiste alcuna casa propria.
Dieci giorni nei quali ho potuto, in questi nuovi panni, trovare una consapevolezza nuova - che non c'e' bisogno di cercare conforto nelle moltitudini, nei gruppi, nelle appartenenze. Che oggi non ho piu' vergogna di ammettere mi facciano star male, mi provochino soffocamento e un sottile terrore. Mi guardavo l'anello al pollice, poi alzavo gli occhi ai cinquantacinquemila del San Paolo cantare 'O Surdato Nnammurato, e mi era chiaro che potevo cantare assieme a loro solo perche' non ne conoscevo le facce, non ne avevo esplorato le menti e le idee. E che se per miracolo avessi potuto farlo in un solo attimo, sarei probabilmente rifuggito lontano. Cantavamo assieme, ma non sentivo alcun legame di sangue, e questo mi inebriava, quasi mi dava una vertigine nuova. L'unica persona che sono riuscito ad abbracciare - credo quasi per la prima volta dopo decenni di amicizia - e' stato Clemente, che conosco dai banchi delle scuole medie. E che, quasi per un pudore folle - mi sono reso conto, al terzo gol del Napoli - non avevo mai abbracciato in un festeggiamento. E che ho abbracciato finalmente, dopo quasi trent'anni, quando Lavezzi ha segnato la sua seconda perla. A volte si deve andare lontano. A volte ci vogliono i capelli lunghi ed un anello al dito per abbracciare un caro amico.
E' stato un sentimento simile a quello che ho provato mangiando la pizza con Carlo, o salutando Ciro nel suo studio, o stringendo le spalle di mio fratello, o i miei genitori. Guardavo quel Castel dell'Ovo, solo come un cane nel mare della riviera, e sapevo che quasi nessuno di quei chiassosi astanti ne avrebbe apprezzato lo stile laconico, quasi decadente. Come la maggioranza dei tifosi preferisci strepitare invece di sfiorare il cemento di uno stadio colpito a morte, dopo aver custodito i piedi del miglior giocatore del mondo. Insomma, sono tornato avendo meno paura di sentirmi solo. Meno paura di non sentirmi parte di questo gruppo. O di portare sulle spalle il peso di una solitudine che rende il futuro piu' imperscrutabile di quanto realmente sia. La solitudine non andra' via - perche' la gente continuera' a strepitare - ma oggi i quasi sono piu' importanti del tutto. Dieci amici davanti ad una buona bottiglia di vino sono sempre piu' di cinquantacinquemila sconsciuti che cantano, inconsapevoli, l'inno di Haendel allo stadio.
Ho visto la mia citta' con i miei occhi trafigurati. Mentre ascolto Anime Salve sul mio cellulare, o rileggo l'incipit di Ovidio, o il libro di Doeblin che ho comprato all'aeroporto, o Oliver Sacks comprato in libreria, o guardo la foto del Castel dell'Ovo, od il gol di Lavezzi, ho piu' di prima la percezione del fatto che il mondo li' fuori contiene gia' tutte le sue meraviglie, per quanto alla maggioranza non gliene freghi assolutamente nulla. Oggi, pero', mi interessa piu' discutere di queli libri, o guardare quei gol, con chi ho scelto negli anni, con lavoro certosino, col sangue che vibra nelle braccia, col mio lavoro, piuttosto che affliggermi perche' gli altri si rifiutano di guardare.
Forse e' finalmente arrivato - per me - il tempo di lasciare che i morti possano seppellire i propri morti. Senza provare vergogna per quello che i tedeschi, da queste parti, chiamano con una meravigliosa parola Weltschmerz - il dolore del mondo. E che oggi so, piu' di ieri, essere un dolce fardello.
Poi, mentre il quartetto di avviava agli accordi finali e risolutivi, Lilian disse semplicemente: "Tutto e' perdonato".
giovedì 23 febbraio 2012
Il battesimo della storia
Per festeggiare l'epica vittoria contro il Chelsea (e la mia presenza al San Paolo per l'occasione), ecco il mio contributo alla causa.
giovedì 16 febbraio 2012
Il sangue ed il lavoro
Come in tutte i sistemi caotici, anche questa crisi pone almeno un quesito: dove dobbiamo segnare una linea che demarchi un riferimento? La Grecia brucia e il suo popolo si affama. I centri di recupero di affollano di persone che tentano ripetutamente il suicidio. Sono impiegati, o liberi professionisti; sono soprattutto persone che hanno finanziato carte di credito con carte di credito, fino a possederne venti. D'altra parte, la Germania incassa e si ingrassa, a questo punto, sul sangue di chi sta morendo, visto che la sua ricchezza dipende in maniera quasi esclusiva dalle esportazioni. Ad invocare la fine della terapia d'urto sono gli stessi giornali tedeschi, che riconoscono nei politici nazionali scarsissimosenso di solidarieta'.
E' quindi chiaro chi ha ragione e chi ha torto? Non troppo semplicemente. Se apriamo Liberation, infatti, il quotidiano di sinistra francese, leggiamo la lunga storia dei fallimenti greci: vent'anni di finanziamenti a vuoto, di soldi mangiati, di cattedrali nel deserto, di clientelarismi. Clientelarismi, d'altra parte, che paesi forti come la Germania hanno sfruttato per portare a casa parecchi soldi, se leggiamo che l'industria bellica nazionale e' sempre stata ben trattata dal CDU ed ha sempre strappato ottimi affari con l'esercito greco.
Siamo, dunque, piu' confusi di prima. Come si risolve una situazione del genere, se la sua complessita' evita di mostrare persino da quale lato penda la bilancia? La mia linea guida e' di non indulgere nella tentazione di trovare teorie per i massimi sistemi, ma partire sempre da cio' che si conosce perche' e' cio' che si puo' cambiare ed influenzare.
Io ho sempre vissuto nella parte "sfortunata" d'Italia. Che e' poi, al momento, tra le nazioni piu' "sfortunate" d'Europa. Il motivo del fallimento di larga parte della terra da cui vengo lo si e' attribuito, nel tempo, a decine di attori diversi; poi si e' passati alle situazioni; poi alle nazioni; poi ai sistemi di nazioni; poi alla storia; poi al DNA.
Per tornare sulla terra puo' aiutarci una splendida puntata di Presadiretta dal titolo "CEMENTO". Parla dell'abusivismo edilizio in una zona che conosco bene: Ischia. Un'isola che possiede tutti i requisiti paesaggistici per essere una delle migliori passeggiate sul mare al mondo, e che ha qualcosa come l'ottantacinque percento di costruzioni abusive e quattrocentocinquanta avvocati per regolare i contenziosi (si considera che l'intera Val D'Aosta ne ha 140) - su una terra che, teoricamente, sarebbe intoccabile finanche da un solo mattone. La colata di cemento non l'hanno creata, nei decenni, i tedeschi o i francesi che venivano a villeggiarvi; ma gli Ischitani, i fieri e burberi abitanti dell'isola, che dagli anni settanta in poi hanno costruito ovunque fosse possibile, e spesso dove era impossibile. Deviando corsi di acque termali, appropriandosi di spiagge, sventrando colline. Fino ad arrivare a caricare la polizia che tenta di abbattere un solo palazzo abusivo, o a creare ramificazioni clientelari in ognuno dei sei (leggasi sei) comuni, o a minacciare di morte (firmandosi "Gli indignati") i tecnici che spulciano faticosamente le carte degli abusi.
Intervistato, uno dei possessori di diverse case abusive - tirate su' per se' e per i figli - risponde emozionato che e' una vergogna, perche' in quelle mura c'e' il suo sangue, il sangue di un onesto lavoratore che ha voluto difendere la propria famiglia.
Vedo in questa splendida puntata una potente metafora dei nostri tempi. Non c'e' dubbio, gli isolani hanno costruito con il proprio lavoro, e per proteggere la propria famiglia, quelle case, ricoprendo l'isola. Case che non sono mai state dichiarate, che hanno allacci rubati, che non conoscono ICI. Ma sono "mie", dice quell'ischitano, con le mani piene di calli. Le mani che riconosco. Quelle che hanno lavorato una vita.
Si, sono indefessi lavoratori, sacrificatisi per una vita. E si', tra gli abusivi ci sono anche il Prefetto e il Direttore dell'Agenzia delle entrate - ci sono i "potenti". E si', sono stati i politici a sfruttare la vacatio legis per chiudere tutti e due gli occhi e racimolare voti. Si', e' tutto vero. Ma c'e' una verita' piu' grande che oggi non possiamo sottacere: badiamo bene a dove mettiamo il nostro sangue. A come lo investiamo.
In quelle mura c'e' il sangue di molti isolani. E' sacrosanto. Ma il sangue non battezza un muro, ne' battezza una citta'. Il sangue non santifica, neanche quello dei santi. Non rende sante le terre. Il sangue iniettato nei muri sbagliati e' sangue perso. Oggi dobbiamo imparare che lottare per una battaglia sbagliata significa dover accettare di perderla. C'e' chi il sangue lo getta, infatti - come si dice dalle mie parti - ma lo getta male. Lo getta invano. Lo getta dove andra' disperso, e non generera' nulla. Non per il solo fatto di averlo gettato, non per il semplice motivo di aver lavorato si potra' cambiare il corso della storia. Anche i Nazisti lavoravano, ed efficientemente. Anche i Repubblichini lottarono per un ideale. Ma era sbagliato. Anche se, purtroppo, la nostra nazione non ha il coraggio di dirselo.
Assieme al sangue compare il lavoro. Anche il lavoro, dalle mie parti, assume connotati sovrannaturali, quasi escatologici. Se quei muri portano lavoro, se l'abuso crea un indotto, va salvaguardato. Il lavoro ed il sangue degli uomini lavano ogni delitto, smantellano ogni ideale, lubrificano qualunque verita'. Il lavoro ed il sangue, dalle mie parti, accecano.
"Io ho pagato il condono del 2003".
"Ma quello e' stato dichiarato nullo".
"E allora ho pagato inutilmente?".
"Si."
Cosi' gli risponde il giornalista. Si', hai pagato inutilmente. Non sempre pagare significa avere ragione. Non sempre aver lavorato significa che la vita debba riconoscerci qualcosa. Non sempre gettare il sangue significa aver ipotecato il proprio futuro. Il sangue va gettato bene. Il lavoro va fatto ad arte. Il dovuto va passato nelle mani giuste. Sono decenni che i napoletani, i meridionali, i Greci, invocano il loro sangue ed il loro lavoro come simulacro che li protegga nel futuro. Invocano la giustizia dei poveri nel nome di quanto hanno fatto le loro mani. Ma i calli alle mani possono solo parlare per descrivere quali mani hanno stretto.
E' quindi chiaro chi ha ragione e chi ha torto? Non troppo semplicemente. Se apriamo Liberation, infatti, il quotidiano di sinistra francese, leggiamo la lunga storia dei fallimenti greci: vent'anni di finanziamenti a vuoto, di soldi mangiati, di cattedrali nel deserto, di clientelarismi. Clientelarismi, d'altra parte, che paesi forti come la Germania hanno sfruttato per portare a casa parecchi soldi, se leggiamo che l'industria bellica nazionale e' sempre stata ben trattata dal CDU ed ha sempre strappato ottimi affari con l'esercito greco.
Siamo, dunque, piu' confusi di prima. Come si risolve una situazione del genere, se la sua complessita' evita di mostrare persino da quale lato penda la bilancia? La mia linea guida e' di non indulgere nella tentazione di trovare teorie per i massimi sistemi, ma partire sempre da cio' che si conosce perche' e' cio' che si puo' cambiare ed influenzare.
Io ho sempre vissuto nella parte "sfortunata" d'Italia. Che e' poi, al momento, tra le nazioni piu' "sfortunate" d'Europa. Il motivo del fallimento di larga parte della terra da cui vengo lo si e' attribuito, nel tempo, a decine di attori diversi; poi si e' passati alle situazioni; poi alle nazioni; poi ai sistemi di nazioni; poi alla storia; poi al DNA.
Per tornare sulla terra puo' aiutarci una splendida puntata di Presadiretta dal titolo "CEMENTO". Parla dell'abusivismo edilizio in una zona che conosco bene: Ischia. Un'isola che possiede tutti i requisiti paesaggistici per essere una delle migliori passeggiate sul mare al mondo, e che ha qualcosa come l'ottantacinque percento di costruzioni abusive e quattrocentocinquanta avvocati per regolare i contenziosi (si considera che l'intera Val D'Aosta ne ha 140) - su una terra che, teoricamente, sarebbe intoccabile finanche da un solo mattone. La colata di cemento non l'hanno creata, nei decenni, i tedeschi o i francesi che venivano a villeggiarvi; ma gli Ischitani, i fieri e burberi abitanti dell'isola, che dagli anni settanta in poi hanno costruito ovunque fosse possibile, e spesso dove era impossibile. Deviando corsi di acque termali, appropriandosi di spiagge, sventrando colline. Fino ad arrivare a caricare la polizia che tenta di abbattere un solo palazzo abusivo, o a creare ramificazioni clientelari in ognuno dei sei (leggasi sei) comuni, o a minacciare di morte (firmandosi "Gli indignati") i tecnici che spulciano faticosamente le carte degli abusi.
Intervistato, uno dei possessori di diverse case abusive - tirate su' per se' e per i figli - risponde emozionato che e' una vergogna, perche' in quelle mura c'e' il suo sangue, il sangue di un onesto lavoratore che ha voluto difendere la propria famiglia.
Vedo in questa splendida puntata una potente metafora dei nostri tempi. Non c'e' dubbio, gli isolani hanno costruito con il proprio lavoro, e per proteggere la propria famiglia, quelle case, ricoprendo l'isola. Case che non sono mai state dichiarate, che hanno allacci rubati, che non conoscono ICI. Ma sono "mie", dice quell'ischitano, con le mani piene di calli. Le mani che riconosco. Quelle che hanno lavorato una vita.
Si, sono indefessi lavoratori, sacrificatisi per una vita. E si', tra gli abusivi ci sono anche il Prefetto e il Direttore dell'Agenzia delle entrate - ci sono i "potenti". E si', sono stati i politici a sfruttare la vacatio legis per chiudere tutti e due gli occhi e racimolare voti. Si', e' tutto vero. Ma c'e' una verita' piu' grande che oggi non possiamo sottacere: badiamo bene a dove mettiamo il nostro sangue. A come lo investiamo.
In quelle mura c'e' il sangue di molti isolani. E' sacrosanto. Ma il sangue non battezza un muro, ne' battezza una citta'. Il sangue non santifica, neanche quello dei santi. Non rende sante le terre. Il sangue iniettato nei muri sbagliati e' sangue perso. Oggi dobbiamo imparare che lottare per una battaglia sbagliata significa dover accettare di perderla. C'e' chi il sangue lo getta, infatti - come si dice dalle mie parti - ma lo getta male. Lo getta invano. Lo getta dove andra' disperso, e non generera' nulla. Non per il solo fatto di averlo gettato, non per il semplice motivo di aver lavorato si potra' cambiare il corso della storia. Anche i Nazisti lavoravano, ed efficientemente. Anche i Repubblichini lottarono per un ideale. Ma era sbagliato. Anche se, purtroppo, la nostra nazione non ha il coraggio di dirselo.
Assieme al sangue compare il lavoro. Anche il lavoro, dalle mie parti, assume connotati sovrannaturali, quasi escatologici. Se quei muri portano lavoro, se l'abuso crea un indotto, va salvaguardato. Il lavoro ed il sangue degli uomini lavano ogni delitto, smantellano ogni ideale, lubrificano qualunque verita'. Il lavoro ed il sangue, dalle mie parti, accecano.
"Io ho pagato il condono del 2003".
"Ma quello e' stato dichiarato nullo".
"E allora ho pagato inutilmente?".
"Si."
Cosi' gli risponde il giornalista. Si', hai pagato inutilmente. Non sempre pagare significa avere ragione. Non sempre aver lavorato significa che la vita debba riconoscerci qualcosa. Non sempre gettare il sangue significa aver ipotecato il proprio futuro. Il sangue va gettato bene. Il lavoro va fatto ad arte. Il dovuto va passato nelle mani giuste. Sono decenni che i napoletani, i meridionali, i Greci, invocano il loro sangue ed il loro lavoro come simulacro che li protegga nel futuro. Invocano la giustizia dei poveri nel nome di quanto hanno fatto le loro mani. Ma i calli alle mani possono solo parlare per descrivere quali mani hanno stretto.
lunedì 13 febbraio 2012
Platone e' morto.
Anche oggi - e prevedo ancora per molto tempo - continuano le analisi approssimative sul problema greco - che prefigura quello italiano. Ieri Sandro Ruotolo si lasciava andare ad un tweet facile facile contro Francia, Germania e banche. Oggi si cimenta in una requisitoria demagogica Odifreddi su Repubblica:
A cui fa eco un tweet di Fiorella Mannoia - reduce dal nuovo album ispiratosi liberamente alla grande opera "Terroni" dell'ormai celeberrimo Pino Aprile - che se la prende ovviamente con la globalizzazione. La colpa di tutto.Gli uomini delle banche al governo, in Grecia come in Italia, ci spiegano che dobbiamo piegarci al ricatto, pagando il riscatto della svendita dello stato. I dimostranti di Atene dimostrano, appunto, che si può dire no agli strozzini, anche quando ti puntano la pistola alla tempia, e sono pronti a premere il grilletto.
A costoro - che rappresenterebbero l'avanguardia progressista del nostro paese - incollo un estratto di discussione avuta oggi con un amico greco, che oggi lavora a Portland, in Oregon:
Germany made Greece realize Plato is dead and he was not enough to create money out of thin air 2000 years after his death You know the basic salary in Greece from today is 460 Euro per month? So a maried couple makes just less than 1000 euro -400 min for a two bedroom in Athens, it is just less than 600 per month No that is not the tragedy The tragedy is that half the Greeks live like this The ones who work Because the ones that have been stealing all the money from EU for 20 years they have enough, so they go to the center of Athens and they set buildings on fire And if not themselves, their children I am so glad I come from a familly that was proud to be Greeks and were working really hard, but their last seed (me) could see it coming and now I can raise my family working hard, but getting paid what I deserve.Inizio ad avere l'impressione che la nostra intelligenzia di sinistra inizi ad avere paura. Di non aver capito una mazza, come al solito.
domenica 12 febbraio 2012
Il grande equivoco
La fine (apparente) del berlusconismo ha in parte sgretolato molti alibi morali degli oppositori, in altra parte ha disintegrato, almeno temporaneamente, il magma che teneva tutte le opinioni minoritarie assieme. Posso dire che in questa drammatica fase post-disastro non mi trovo d'accordo praticamente con nessuno: sulle analisi sociali ed economiche, sulle visioni politiche, sugli orizzonti temporali.
Il primo equivoco di fondo, che addebito alla ignoranza dilagante e ad una tendenza, ormai acclarata, a spostare tutte le discussioni al limite del demagogico, e' l'origine della crisi europea. Che, non solo secondo me (sarebbe abbastanza poco) ma secondo tutti i maggiori analisti del mondo - come mostra questo articolo di Ecomonitor, gestita dal premio Nobel Roubini - non dipende affatto dalla crisi americana principiata dai mutui subprime. In altri termini, il crack di Lehman Brothers ha assai poco a che vedere con la crisi della Grecia. Anzi, forse ne e' sostanzialmente indipendente.
Questo lo si dovrebbe spiegare a molti intellettuali di sinistra "anti-capitalisti" e alla maggior parte dei nostri giornalisti nazionali - anche perche', varcati i confini nazionali, sembriamo gli unici a credere questa fesseria. Nell'ultima puntata di Servizio Pubblico, Santoro (che, a mio avviso, anche nella difficolta' di trovare validi interlocutori disposti a partecipare alla sua trasmissione, vacilla su posizioni alquanto discutibili e torna a chiamare l'agghiacciante oracolo Celentano) ha mostrato spezzoni del film Inside Job, vincitore di Oscar. Il film e' molto ben fatto, e assai interessante. Peccato che parli della crisi del 2008 avvenuta negli USA, con dinamiche precise, e che non abbia a che fare con il dramma della Grecia o il problema di Italia, Spagna e Portogallo. Il crack americano e' basato su una folle bolla speculativa di tipo immobiliare (come sempre) all'origine di un comportamento stile "scheggia impazzita" tenuto dalla finanza piu' estrema; ma, in Europa, la finanza (che pure ha, nel ruolo ricoperto dalle banche, responsabilita' enormi) non e' la affamatrice di popoli. Nella trasmissione, questo scollamento tra realta' e tesi proposte e' solo il minore dei mali, visto che Santoro chiama addirittura Tremonti - fresco di libro stampato - a dare una prospettiva geopolitica di questi anni. Tremonti, ovvero il ministro dell'economia italiano che ha governato il dicastero per quasi una decina d'anni negli ultimi diciassette, portando l'Italia sull'orlo della bancarotta. Bella mossa: chiamare uno degli artefici della crisi a spiegarla, come un giglio, sulla base di analisi errate.
Il secondo equivoco riguarda il come questa crisi che stiamo vivendo possa essere risolta. Su questo blog ho scritto, tra il serio e il faceto, qualche mese fa, del perche' fosse evidente che Grecia stesse viaggiando diritta verso il fallimento, parlando di una nazione sostanzialmente e pervicacemente nel caos piu' totale. Il cuore della questione e' il seguente: l'Europa e' intervenuta ad arginare un problema economico e sociale che si stava ingrandendo, con mezzi a volte inadeguati, e sempre scoordinati e intempestivi. Ma una realta' non puo' essere taciuta: la Grecia si trova dove si trova perche' una classe di politici votati a piu' riprese dalla maggioranza del popolo ellenico, ha truccato dei conti e goduto di privilegi cui semplicemente non aveva diritto. Oggi, questo vivere al di sopra delle proprie possibilita' si sta mostrando in tutta la sua violenza.
L'agio sfruttato dagli stati del nord Europa su quelli "periferici" e' noto (ad esempio in termini di import/export) ma e' fuori discussione che lasciare che un paese, ad esempio, come l'Italia, con 60 milioni di persone, aziende floride, universita' e cultura, riesca a non crescere piu' dell'1% in dieci anni, significa dare fondo a tutta la propria mediocrita' e concentrarla in una classe politica che - anche da noi - ha a piu' riprese stravinto elezioni di tutti i tipi: regionali, politiche, consultazioni referendarie.
Oggi i Greci - specie alcuni di loro - pagano molto salato questo conto. Ma bisognerebbe spiegare al mondo come mai la nazione greca ha, ancora oggi, dopo anni di piani di rientro sbandierati ai quattro venti, una quantita' abnorme di impiegati pubblici, una capillare evasione fiscale e spese per l'esercito seconde solo agli USA all'interno della Nato.
L'ultimo paradosso riguarda i "salvatori". Francia e, soprattutto, Germania. Tutti oggi, in Europa, attaccano la politica tedesca, tacciandola addirittura di Anschluss economico. Gli stessi che attaccano gli USA, attaccano la Germania. Peccato che oggi, nel mondo, la Germania sembra essere l'unica alternativa sociale possibile alla follia americana, e alla disintegrazione dei diritti cinese. La Germania, unica grande economia occidentale a non aver ceduto alla finanza di stampo anglosassone e aver mantenuto la produzione e la produttivita' al centro del proprio sistema economico, andrebbe attaccata su altri fronti - chiedendole conto del fatto, ad esempio, che ancora oggi e' uno dei principali paesi produttori di armi che vende proprio alla Grecia, in un insano vortice criminale. Ma quanto gli organismi economici europei stanno tentando di attuare, oggi, e' proprio il salto di qualita' di cui tutti parlano, ma che pochi in realta' vogliono: cedere sovranita' in favore di organi e istituzioni politiche e fiscali europee. Salvezza in cambio di una modifica strutturale e sostanziale della politica del nostro continente. Cosa che gli uomini come Tremonti, ad esempio - che oggi non sa fare altro che piangere come un bimbo per l'esistenza della famigerata "globalizzazione" - hanno sempre osteggiato, spalleggiati da partiti politici come la Lega.
Ora, e' assai difficile che tutto cio' possa spiegarlo Tremonti. O possa evidenziarlo Inside Job. E' piu' probabile che una autoanalisi approfondita delle cause di questa crisi possa condurre a qualche ipotesi di soluzione. E possa evidenziare il vero malato di questi anni: non l'economia, ne' la finanza. Ma il sistema di democrazia rappresentativa.
Ma questa e' un'altra storia.
Il primo equivoco di fondo, che addebito alla ignoranza dilagante e ad una tendenza, ormai acclarata, a spostare tutte le discussioni al limite del demagogico, e' l'origine della crisi europea. Che, non solo secondo me (sarebbe abbastanza poco) ma secondo tutti i maggiori analisti del mondo - come mostra questo articolo di Ecomonitor, gestita dal premio Nobel Roubini - non dipende affatto dalla crisi americana principiata dai mutui subprime. In altri termini, il crack di Lehman Brothers ha assai poco a che vedere con la crisi della Grecia. Anzi, forse ne e' sostanzialmente indipendente.
Questo lo si dovrebbe spiegare a molti intellettuali di sinistra "anti-capitalisti" e alla maggior parte dei nostri giornalisti nazionali - anche perche', varcati i confini nazionali, sembriamo gli unici a credere questa fesseria. Nell'ultima puntata di Servizio Pubblico, Santoro (che, a mio avviso, anche nella difficolta' di trovare validi interlocutori disposti a partecipare alla sua trasmissione, vacilla su posizioni alquanto discutibili e torna a chiamare l'agghiacciante oracolo Celentano) ha mostrato spezzoni del film Inside Job, vincitore di Oscar. Il film e' molto ben fatto, e assai interessante. Peccato che parli della crisi del 2008 avvenuta negli USA, con dinamiche precise, e che non abbia a che fare con il dramma della Grecia o il problema di Italia, Spagna e Portogallo. Il crack americano e' basato su una folle bolla speculativa di tipo immobiliare (come sempre) all'origine di un comportamento stile "scheggia impazzita" tenuto dalla finanza piu' estrema; ma, in Europa, la finanza (che pure ha, nel ruolo ricoperto dalle banche, responsabilita' enormi) non e' la affamatrice di popoli. Nella trasmissione, questo scollamento tra realta' e tesi proposte e' solo il minore dei mali, visto che Santoro chiama addirittura Tremonti - fresco di libro stampato - a dare una prospettiva geopolitica di questi anni. Tremonti, ovvero il ministro dell'economia italiano che ha governato il dicastero per quasi una decina d'anni negli ultimi diciassette, portando l'Italia sull'orlo della bancarotta. Bella mossa: chiamare uno degli artefici della crisi a spiegarla, come un giglio, sulla base di analisi errate.
Il secondo equivoco riguarda il come questa crisi che stiamo vivendo possa essere risolta. Su questo blog ho scritto, tra il serio e il faceto, qualche mese fa, del perche' fosse evidente che Grecia stesse viaggiando diritta verso il fallimento, parlando di una nazione sostanzialmente e pervicacemente nel caos piu' totale. Il cuore della questione e' il seguente: l'Europa e' intervenuta ad arginare un problema economico e sociale che si stava ingrandendo, con mezzi a volte inadeguati, e sempre scoordinati e intempestivi. Ma una realta' non puo' essere taciuta: la Grecia si trova dove si trova perche' una classe di politici votati a piu' riprese dalla maggioranza del popolo ellenico, ha truccato dei conti e goduto di privilegi cui semplicemente non aveva diritto. Oggi, questo vivere al di sopra delle proprie possibilita' si sta mostrando in tutta la sua violenza.
L'agio sfruttato dagli stati del nord Europa su quelli "periferici" e' noto (ad esempio in termini di import/export) ma e' fuori discussione che lasciare che un paese, ad esempio, come l'Italia, con 60 milioni di persone, aziende floride, universita' e cultura, riesca a non crescere piu' dell'1% in dieci anni, significa dare fondo a tutta la propria mediocrita' e concentrarla in una classe politica che - anche da noi - ha a piu' riprese stravinto elezioni di tutti i tipi: regionali, politiche, consultazioni referendarie.
Oggi i Greci - specie alcuni di loro - pagano molto salato questo conto. Ma bisognerebbe spiegare al mondo come mai la nazione greca ha, ancora oggi, dopo anni di piani di rientro sbandierati ai quattro venti, una quantita' abnorme di impiegati pubblici, una capillare evasione fiscale e spese per l'esercito seconde solo agli USA all'interno della Nato.
L'ultimo paradosso riguarda i "salvatori". Francia e, soprattutto, Germania. Tutti oggi, in Europa, attaccano la politica tedesca, tacciandola addirittura di Anschluss economico. Gli stessi che attaccano gli USA, attaccano la Germania. Peccato che oggi, nel mondo, la Germania sembra essere l'unica alternativa sociale possibile alla follia americana, e alla disintegrazione dei diritti cinese. La Germania, unica grande economia occidentale a non aver ceduto alla finanza di stampo anglosassone e aver mantenuto la produzione e la produttivita' al centro del proprio sistema economico, andrebbe attaccata su altri fronti - chiedendole conto del fatto, ad esempio, che ancora oggi e' uno dei principali paesi produttori di armi che vende proprio alla Grecia, in un insano vortice criminale. Ma quanto gli organismi economici europei stanno tentando di attuare, oggi, e' proprio il salto di qualita' di cui tutti parlano, ma che pochi in realta' vogliono: cedere sovranita' in favore di organi e istituzioni politiche e fiscali europee. Salvezza in cambio di una modifica strutturale e sostanziale della politica del nostro continente. Cosa che gli uomini come Tremonti, ad esempio - che oggi non sa fare altro che piangere come un bimbo per l'esistenza della famigerata "globalizzazione" - hanno sempre osteggiato, spalleggiati da partiti politici come la Lega.
Ora, e' assai difficile che tutto cio' possa spiegarlo Tremonti. O possa evidenziarlo Inside Job. E' piu' probabile che una autoanalisi approfondita delle cause di questa crisi possa condurre a qualche ipotesi di soluzione. E possa evidenziare il vero malato di questi anni: non l'economia, ne' la finanza. Ma il sistema di democrazia rappresentativa.
Ma questa e' un'altra storia.
giovedì 9 febbraio 2012
Un grande Monti
Ho detto da subito che riconosco in Monti un onesto (e spero capace) uomo di destra - dunque di idee generalmente diverse dalle mie. E lo confermo: non e' il governo che sognavo, ne' quello che sogno.
Ma per misurare l'abisso che esiste tra l'attuale governo e il percolato umano precedente bastano la copertina del Time - che senza mezzi termini individua in lui l'artefice di un possibile salvataggio dell'Euro - e poi due articoli davvero eccezionali: il primo, tradotto in italiano, del Die Zeit, importante gionale tedesco, che loda senza mezzi termini Monti e critica la Merkel; ed un secondo del Wall Street Journal, in inglese, nel quale Monti, rispondendo a complesse domande di carattere economco, finisce per parlare di filosofia morale e di Germania con una profondita' difficilmente riscontrabili in altri capi di governo europei o americani.
mercoledì 8 febbraio 2012
La Madonna, il sole e il Copasir
Una grande notizia per Napoli: arriva la veggente Mirjana, la donna che da anni e' in contatto grosso modo quindicinale con la Madonna di Medjugorje. Il Mattino riporta tutto, da grande giornale quale e': il filmato dell'apparizione e' gustosissimo - minuti e minuti nei quali una donna, con evidenti problemi psichiatrici, fa segno ad una statuina della madonna che va tutto bene. Poi c'e' la lettura del messaggio divino - che non viaggia su reti 4G di ultima generatione, visto che c'e' solo testo, ma neanche un'immagine o un mp3.
Ma questo filmato e' oltre il delirio. Ho difficolta' anche a commentarlo. Va ascoltato. Decine e decine di persone rimangono stupefatte di fronte al rarissimo prodigio: c'e' il sole nel cielo. Qualcuno inizia a dire "sta girando, dentro alla telecamera di vede". Un particolare interessante nell'articolo del magnifico giornale partenopeo:
Ma questo filmato e' oltre il delirio. Ho difficolta' anche a commentarlo. Va ascoltato. Decine e decine di persone rimangono stupefatte di fronte al rarissimo prodigio: c'e' il sole nel cielo. Qualcuno inizia a dire "sta girando, dentro alla telecamera di vede". Un particolare interessante nell'articolo del magnifico giornale partenopeo:
"Nascosto nelle ultime file c’è Mario Scaramella balzato due anni fa agli onori delle cronache per la misteriosa morte dello 007 russo Livtinenko e consulente di Paolo Guzzanti all’interno della chiacchierata commissione Mitrokhin. «Ha avuto la conversione - giura una donna che lo conosce bene - ormai è diventato un’altra persona, recita il rosario ogni giorno e frequenta regolarmente la chiesa, roba da non credere». Poco distante da lui un altro volto abbastanza noto nel mondo della politica. È il senatore del Pdl Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir, devoto da anni alla Madonna di Medjugorje. In Bosnia pare che lui ci vada almeno due volte all’anno.Se a volte viene da chiedervi: "Ma come e' potuto accadere tutto questo?", ricordate questo filmato.
martedì 7 febbraio 2012
La meritata presa per il culo
Ed ecco il primo esempio di quella che prevedo essere una lunga serie di prese per il culo di Giggino De Magistris.
Senza scuorno
Credetemi. Era dai tempi del Contratto con gli Italiani e di Formigoni e le sue social cazzate che non vedevo un video piu' agghiacciante di questo.
Ma andate a lavorare.
giovedì 2 febbraio 2012
Scrittori su Dio
Purtroppo e' tutto in inglese, non ho trovaot una traduzione in italiano.
Molto bello.
mercoledì 1 febbraio 2012
Fuga dalla Liberta'
Cos'e' la cultura? Estendendo quanto detto da Cioran circa i libri, per me e' la scelta lucida e consapevole di conservare e curare un luogo adeguato che ospiti cio' che possa costituire un serio pericolo per la nostra vita. Ridicolizzando le nostre certezze, smantellando le nostre costruzioni sociali, entrando nelle ferite piu' nascoste per gettare nel fuoco le chiavi di lettura del mondo che abbiamo deciso di adottare. O la cultura sa essere questo pericolo - come il filosofo rumeno diceva dei libri - o non e' niente se non carta straccia o paccottiglia da museo.
La scelta di collocare opportunamente la cultura nell'ambito della cosiddetta societa' civile e' tutt'altro che scontata. Infatti, per le istituioni significa covare una vera serpe in seno; per i singoli cittadini vuol dire spendere in risorse umane e materiali al fine di difendere tutto quanto abbia il privilegio di destabilizzarci fino eventualmente ad annientarci. Perche' c'e' una realta' incontrovertibile: la cultura si paga. A carissimo prezzo.
Era di questi tempi, il 23 gennaio 1799, che Napoli concesse senza remore di divenire teatro di un'opera umana quasi titanica per la sua esemplarita' - l'effetto dello scagliare con violenza, l'uno contro l'altro, nel tentativo di renderli un'unica immagine simbolica, i fondamentali principi di liberta cui l'uomo dovrebbe aspirare e il naturale grumo di carne e ossa di cui sono fatti gli esseri umani. Fu un vero e proprio esperimento sul senso stesso del termine rivoluzione, sulla effettiva possiblita' che essa possa inverarsi nei sassi delle strade, o tra i feudi e le campagne piantate a mele, o nel pane e formaggio posato sui tavoli dissestati, le coccarde penzolanti dai castelli diroccati e i fogli dei pamphlet dei piu' sofisticati filosofi della storia.
Tra gennaio e luglio, Napoli conobbe, durante la sua Repubblica Partenopea, una inarrivabile avanguardia intellettuale - un privilegio che forse quasi mai e' tornato a formarsi cosi' significativamente in questo lembo di terra. Una avanguardia che penso' di provare a lasciare che fosse la cultura a veicolare quel salto esistenziale che la mia citta' attende come un evento messianico da centinaia di anni. E potesse essere la storia a prendersi carico di distribuire sulla collettivita', sull'unione dei cittadini di un Repubblica - appunto - il costo di quella medesima cultura.Pasquale Baffi, Francesco Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Luisa Sanfelice, Ignazio Ciaia, Domenico Cirillo, Giuseppe Leonardo Albanese, Vincenzio Russo, Francesco Caracciolo, Michele Granata, Gennaro Serra di Cassano, Niccolò Carlomagno, Giustino Fortunato senior, Vincenzo Cuoco, formati sui libri dei classici latini e greci e sulle opere recenti di Gaetano Filangieri - uomini aristocratici, letterati, filosofi, poeti, ecclesiastici, che si mossero appena dieci anni dopo la presa della Bastiglia di Parigi - in un'epoca nella quale non c'era Twitter e a spedire una lettera potevano impiegarsi mesi. Dichiararono destituito il re Borbone ed aperta la Repubblica, con l'amore per l'utopia simile a quello che mosse Platone a Siracusa duemila anni prima.
Di questi napoletani, il popolo non risparmio' neppure uno. Il popolo li avverso' prima, indifferente o scettico; e li dilanio' con ferocia dopo, rastrellandoli. Il popolo napoletano, alla possibilita' di essere libero, preferi', nella violenza di un'onda oceanica di uomini e donne sottomessi alla piu' cupa ignoranza, la certezza di essere servo fedele. Molto peso' la miseria, quella di chi mangia poco; quella di chi sbarca il lunario. Nella terra nella quale la nobilta' ha sempre trattato il popolo minuto come si trattano i cani che sorvegliano i maiali. Ma molto conto' anche la visione che il popolo ebbe circa il peso di quella liberta', che diventa da manifesta (nel capo) a invisibile (nello stato democratico) - un tema caro ad un grande studioso del novecento come Erich Fromm, che scrivera' nel suo celeberrimo Fuga dalla liberta':
«Scopriamo che l'autorità, piuttosto che scomparire, si è resa invisibile. Invece dell'autorità manifesta regna l'autorità "anonima". Essa ha assunto le sembianza del senso comune, della scienza, della sanità psichica, della normalità, dell'opinione pubblica. Non pretende nulla, se non ciò che è di per sè evidente. Sembra che non impieghi alcuna pressione, ma solo una dolce persuasione. [...] L'autorità anonima è più efficace dell'autorità palese, perchè non si sospetta che ci sia un ordine che si è tenuti ad osservare. Nell'autorità esterna è chiaro che c'è un ordine, ed è chiaro chi lo dà; si può combattere contro questa autorità, e in questa lotta l'indipendenza personale ed il coraggio morale si possono sviluppare. Ma mentre nell'autorità interiorizzata il comando, benchè interno, resta visibile, nell'autorità anonima sia il comando sia chi lo dà sono diventati invisibili.»
Una visione apocalittica, nella quale tutto sarebbe stato messo in discussione, in un mondo orribilmente capovolto in cui non sarebbero contati piu' nulla i re illuminati per volonta' divina e le liturgie dei santi arcivescovi. I Napoletani ebbero paura di perdere la rotta, prima ancora di perdere la pagnotta. Ebbero paura di dover pagare in prima persona la cultura.
Si sono scritti fiumi di pagine sulle donne e gli uomini della Repubblica Partenopea- da Benedetto Croce, a Gramsci, agli Anarchici. Uomini e donne che disconobbero mariti, mogli, parenti, dignita'. Che abbandonarono amici e si spogliarono dei privilegi per abbracciare un sogno possibile che segnasse finalmente la vita di tutti, una volta per tutte. La storia si e' incaricata di disconoscerli ancora, e ancora; i loro stessi concittadini oggi li ignorano e tornano a combatterli. Il rigurgito neo-meridionalista, neo-borbonico, sostanzialmente "leghista del sud" (dal quale nessuno pare escluso, neppure un sindaco ormai alla deriva) sono null'altro che l'evocazione di quell'abisso del '799, che chiama a sua volta l'abisso insanabile della lotta tra popolo e ragione e l'orrore della democrazia rappresentativa affidata nelle mani di masse educate al piu' completo ed arrogante conformismo. Anche oggi, i Napoletani che ricordano quei mesi sono pochissimi. Quasi si puo' affermare che la Repubblica non sia mai entrata nell'immaginario di questa citta', almeno non quanto le statue equestri di Ferdinando o i miti rozzi di Masaniello.
Eppure la cultura ha un pregio su tutti. Il saper splendere perennemente, anche nei campi di Auschwitz. Anche attraverso le guerre. E saper sempre definire un contesto e un riferimento. E per quanto la proterva ignoranza del popolo della terra da cui provengo possa rimanere immutata e granitica, in ogni tempo e in tutte le epoche, ciascun nato alle pendici del Vesuvio, prima ancora di alzare un minimo lamento al cielo, dovra' imperativamente chiarire a se stesso, ai suoi figli e ai suoi concittadini se, quel 20 agosto 1799 - quando Eleonora Pimentel Fonseca, la donna che duecento anni fa diresse la rivista rivoluzionaria Il Monitore, fu messa orrendamente a penzolare dalla forca con culo e fessa ondeggianti in bella mostra nel delirio della gente accalcatasi con la bava alla bocca in Piazza Mercato - lui si sarebbe seduto tra quanti cantavano irridendo le puttane della Rivoluzione al grido di "Viva la gente bascia!", o sarebbe salito sul palco dove furono giustiziate tutte le migliori vite di Napoli. Tutta la sua meglio gioventu'.
A Napoli si ha l'opportunita' di prendere coscenza dell'abisso cui l'uomo e' chiamato a dare conto, anche solo per provare una risposta, anche solo una volta. L'abisso apparentemente inconciliabile tra le spaventose viscere della terra che non hanno scrupolo a inghiottire quanto trovano di fronte e che rifuggono la propria liberta' come si scacciano le tentazioni infernali, e il guizzo di chi anche una sola volta ha sognato che crollasse ogni palazzo, si polverizzasse ogni ordine prestabilito, si annientasse il duomo con quella dannata ampolla di sangue che ci tiene incatenati e ammutoliti e della quale, ciononostante, non riusciamo a fare veramente a meno.
"Qual biasimevole contrasto opponete ora Voi a' vostri avoli de' tempi del gran Masaniello! Senza tanto lume di dottrine e di esempj, quanti ora ne avete, diè Napoli le mosse, proseguirono i vosti avoli, insorsero da per tutto contra il dispotismo, gridarono la Repubblica, tentarono stabilir la democrazia, e per solo ragionevole istinto reclamarono i diritti dell'Uomo. Ora proclamano l'uguaglianza, e la democrazia i nobili, la sdegnano le popolazioni! "
E.P.Fonseca, Il Monitore Napoletano n. 11, 1799
lunedì 30 gennaio 2012
Addirittura
Oggi si riunisce il primo summit europeo del 2012. Attesa febbrile per quanto potra' accadere sul fronte greco. Molto si discute, infatti, della possibilita' nefasta, per i piu', che la Grecia si veda costretta a cedere sovranita'. La cosa, secondo diversi commentatori, puzza di annessione economica alla Germania (c'e' chi parla di un vero e proprio blitz tedesco dalle caratteristiche di guerra mondiale).
Ora, so bene che l'argomento e' spinoso. Pero' leggiamo un attimo questo articolo del Sole 24 Ore:
Ora, so bene che l'argomento e' spinoso. Pero' leggiamo un attimo questo articolo del Sole 24 Ore:
Addirittura, la Troika (la Commissione, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea) crede che bIsognerebbe sostituire i dirigenti della funzione pubblica che non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati; imporre una rotazione automatica ai funzionari dell'amministrazione tributaria; emendare il codice penale in modo da punire con maggiore facilità chi accetta mazzette; adottare un sistema di protezione per coloro che denunciano fatti di corruzione. Sul fronte previdenziale, la Troika fa notare che il 50% dei medicinali rimborsati dal sistema sanitario pubblico è generico, con prezzi bassi (e che vi è quindi spazio per ridurre l'esborso di denaro pubblico). Sul versante delle privatizzazioni, le organizzazioni internazionali chiedono al governo Papademos di individuare "due o tre grandi società da vendere sul mercato nel secondo trimestre del 2012". La Troika è anche convinta che la Grecia dovrebbe introdurre nuove leggi per migliorare la flessibilità dei salari, ridurre il costo del lavoro non salariale, liberalizzare molte professioni (abrogando per esempio tariffe minime per gli avvocati), eliminare ostacoli burocratici all'export, Il pre-rapporto della Commissione, della Bce e dell'Fmi mette in luce tanto i ritardi della Grecia quanto le preoccupazioni dell'Europa.
"Addirittura". "Addirittura" la Troika chiede, in campio di un salvataggio da un default miliardario di cambiare chi non ha centrato gli obiettivi e tagliare i costi della corruzione (oltre alle consuete liberalizzazioni delle professioni). Ma siamo sicuri che "addirittura" sia giusto? E che questa crisi sia solo colpa di chi chiede queste riforme?
sabato 28 gennaio 2012
Io vado
Stanotte a Berlino si tiene la Lunga Notte dei Musei (Lange Nacht deer Museen). Per ricordare la nascita di Federico II di Prussia (meglio noto come Friedrich der Große) la capitale apre una quantita' di musei fino a notte fonda, per piccoli e grandi.
La storia della Prussia e' molto interessante - la BBC ne ha tratto un bel documentario. E' il racconto di villaggi e province smembrati e contrapposti che vivono alla ricerca di un possibile unificatore che conceda una plausibile unificazione. E' la storia di un regno enorme e multiforme, che cambia drammaticamente in dimensione e conformazione senza mai trovare veramente pace o momentanea requie - sempre rimodellandosi ma con i piedi nella realta' mitteleruopea che contribuira' a forgiare attraverso la sua vasta cultura, e la testa sempre storicamente piantata ad oriente. A Berlino.
E' piu' che mai attuale e realistico il motto di Jack Lang, ex ministro della cultura francese ("Paris est toujours Paris et Berlin est jamais Berlin!") perche' da' la misura esatta della incompiutezza e la natura cangiante che e' la base del perenne moto adattivo di questa citta', che per molti versi rispecchia la storia della grande Prussia, di un sogno che si scontra con il suo essere geograficamente crocevia di est e ovest del continente, e con le brame folli di chi, negli anni trenta e quaranta, inneggia al Nuovo Ordine Europeo sotto le aquile naziste. Per questo Berlino fa paura e non ha un'anima definita, ma quasi come in una forma di devozione laica riconosce e vive il suo stato malinconico di testa di un mondo del quale non vorrebbe essere testa. In questo splendido articolo, si descrivono molto bene le fasi successive, le vite di questa citta'. La capitale culturale degli Hohenzollern, con Bach a corte; la metropoli effervescente e decadente di Weimar; la testa terrificante del Terzo Reich; la non capitale della guerra fredda, e la citta' di oggi. Mai, in nessuno di questi momenti, Berlino ha smesso di essere fatale ed orrifica, gigante e minuta. Incompiuta, ma intimamente contenta di esserlo.
Stasera nella capitale scende una neve piccolissima che ha riempito le strade quasi senza che ce ne accorgessimo. Dalla finestra della cucina si vedono il campanile della chiesa, e le orme di qualche passante. Un angolo che potrebbe essere il set di una spy-story da guerra fredda, o far attendere un'auto di un gerarca provenire da sinistra, o lasciar intendere la musica di qualche affumicato locale della Repubblica dove discorrono politici e filosofi, o portare la musica di una orchestra da camera che suoni le Offerte Musicali. Scenari possibli. Invece, poco piu' avanti c'e' un ristorante cinese. Ed e' questa imprevedibilita' la potenza evocativa della citta' degli Hohenzollern - un sovrano che nel 1750 fece della Prussia un luogo nel quale l'85% della popolazione sapesse leggere e scrivere, fino a rendere questa cultura diffusa quasi una maledizione per questo popolo di contadini inebetiti ed ermeticamente sigillati, raffinatissimi filosofi e sociologi, romantici ed incomprensibili. Di deliri e luci accecanti.
C'e' ancora una sorta di radiazione di fondo che proviene dalla visione del mondo di Federico. Non sono solo i musei che ospitano con devozione Tiziano, Raffaello e Caravaggio; non sono solo tre orchestre sinfoniche. E' forse il non sentirsi mai completamente finiti, pur vivendo sostanzialmente una vita residuale, completamente disorganica. Berlino non da' alcun punto di riferimento, ma lascia il tempo di camminare e pensare per cercare una risposta. Non deride i luoghi e le persone che credono di avere una descrizione precisa delle cose che sia ultima e definitiva, ma se ne disinteressa.
Un luogo che sappia concedere un'unica prospettiva sul mondo, che sia di movimento. Das Biest ist noch nicht richtig wach, aber auch noch lange nicht hinüber - La bestia non e' ancora sveglia del tutto, ma anche tutt'altro che finita. Allora: Ich gehe jetzt, Io vado.
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