giovedì 10 gennaio 2013

Memorie dal sottosuolo



Il segreto più potente che Napoli custodisce non dorme in nessuno dei suoi infiniti panorami. Dove la luce si presta alla vista di tutti, come una facile troia di regime. Esso vive di fatto nascosto, strisciante, quasi seguendo il celebre ed oscuro precetto di Epicuro, Lathe biōsas.
Esso tiene in sè, in modo autoconsistente, l'unica gigantesca verità che questa città sappia veramente insegnare, universale e fuori dai propri confini come tutti i grandi temi dell'esistenza degli uomini. Ed è il metodo scelto, sapientemente, nel corso delle più ferali malattie e drammatiche pestilenze insediatesi nei secoli, per raccontare, in una miscela di grottesco e quasi sacrilego, la morte. Poche città al mondo sanno iniziare gli uomini e le donne alle memorie del sottosuolo come Napoli, dove centinaia di migliaia e forse milioni di teschi e tibie e femori si incastrano in meticolose biblioteche di ossa, in cave di tufo - la pietra cava dei quartieri più secolari, e per ciò stesso quasi un inno alla inutilità.


Il centro storico di Napoli è una teoria dell'oltretomba che non si compie, di esseri per metà uomini e per metà mostri, di storie che si svolgono e rimangono perennemente inconcluse sui limiti estremi e mai traversati dell'esistenza; un dedalo di vie senza uscita, intrichi fatiscenti, che trasudano umori di ogni origine e di ogni tipo, e frasi spezzate, colonne smozzicate, inni alla memoria di ciò che da millenni non si riesce a raccontare. Un altare dell'indecifrabile, un inno al non detto.
Nei fiumi di liquami, nella lava di calcare umano tirata giù dalle pioggie torrenziali, infiltrata negli ipogei delle chiese sconsacrate vissute sui templi gentili, c'è l'ironica ed enorme allegoria della morte. Possiamo - e dobbiamo - spogliare gli altari, quasi come una missione, ma non possiamo evitare di chiederci perchè si viva e perchè si muoia. Dobbiamo portare il peso di queste domande con ironica certezza.


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Commessa: Ha paura dell'acqua... ma è un bambino forte, supera tutte le mie crisi. Tu che facevi quando avevi la mia età? Cioè, oltre a suonare che facevi?
Cheyenne: Tiravo eroina.
Commessa: Niente siringhe vuoi dire?
Cheyenne: Ho paura degli aghi.
Commessa: La paura ti salva, ti salva sempre.
Cheyenne: Ti salva sempre. Anche se bisogna scegliere una volta nella vita, anche solo una, in cui non avere paura.
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La vera scuola che si presenta sul selciato della città in cui sono nato è quella che insegna a parlare con la paura. A toccare ciò che ci repelle, ad infilarci in ciò che ci atterrisce. Rendersi fratelli e sorelle di anime senza nome, visitare i luoghi liminari, le ferite che piagano da anni. Gli uomini e le donne del mondo di sopra, che urlano con fare banalmente volgare l'amore per questo inutile pezzo di terra, usano questa condotta paziente per abituarsi ad ogni sorta di sopruso. Per celebrare la loro paura. Ma gli uomini e le donne del mondo di sotto, la adoperano per creare un ponte con quanto ci è ignoto e ci immobilizza. Un ponte sul quale inviare la nostra curiosità come messo di pace.
Un ponte dal quale avere il privilegio di iniziare a chiedersi chi siamo.

4 commenti:

Anonimo ha detto...
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